"A Mosca! A Mosca!" Ovvero: l’eterno gulag di Alexandr Solzenicyn
Solzenicyn è morto sommessamente in questo caldo inizio di agosto, scatenando la prevedibile sequenza delle commemorazioni: grande scrittore e massimo esponente di quel dissenso russo su cui apparentemente la critica militante si era allineata, forse obtorto collo, all’ammirazione della cultura più tradizionalmente anticomunista e liberale, anzi liberal.
L’opera che lo fece conoscere in patria e lo rese famoso in Occidente fu "Una giornata di Ivan Denisovic", un breve e perfetto racconto di prigionia, che commosse Kruscev, al punto che non volle censurarlo, nello spirito del disgelo da lui promosso in URSS.
Grazie a questo statista, che del disgelo fu poi vittima, entrava nel nostro dibattito politico e nel lessico della letteratura universale una nuova parola: gulag. Essa designa il campo di lavoro coatto cui erano condannati dissidenti politici e malavitosi comuni, collocato di norma in Siberia e dintorni, spesso al di sopra del Circolo polare artico, erede perfezionato -e molto più affollato- delle prigioni zariste, ma soprattutto, parente prossimo del lager hitleriano. Fu la culla di una letteratura di altissimo valore morale prima ancora che politico, di cui Alexandr Solzenicyn fu e resta il più popolare esponente.
Una popolarità che gli valse nel 1970 il premio Nobel per la letteratura. Dopo il grande ciclo polifonico intitolato "La ruota rossa", a metà degli anni '70 scrive "Arcipelago Gulag", un’ opera colossale che aveva potuto portare a termine in 11 anni di lavoro grazie all'aiuto di compagni di prigionia e amici, e che ha causato la sua espulsione dall'URSS. Raccoglieva infatti dati, racconti e documenti mai così dettagliati fino a quel momento sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana, squarciando il velo di omertà e connivenza con cui l’intellighenzia occidentale velava il paradiso sovietico.
Il dissenso russo divise il campo della cultura, perché a fronte dell’innegabilmente alta qualità della scrittura, c’era lo scandalo di un contenuto dirompente.
Solzenicyn, fino al 1991 coccolato dagli intellettuali occidentali, è stato dopo il crollo dell'URSS quasi dimenticato in Occidente, e per una serie di motivi che mettono in luce l'ipocrisia degli intellettuali "demo-progressisti" nostrani.
Nel mondo del dopo-Guerra Fredda infatti non è più "politicamente corretto" il suo patriottismo russo, ortodosso, ottocentesco, il suo rifiuto tolstojano del progresso e del lifestyle occidentale: una Weltanschauung prettamente slava, ben lontana dai pagliacceschi eccessi di uno Zhirinovsky; lo prova la sua mai sopita critica ad un Occidente materialista e inaridito dalla tecnologia conosciuto durante i lunghi anni di esilio. Significativo anche il suo riferimento, nell'opera "Duecento anni insieme" (dedicata ai rapporti fra russi ed ebrei), alla massiccia partecipazione ebraica alla rivoluzione del 1917 e all'organizzazione del terrore degli anni '20 e '30.
Un grande scrittore, la cui prosa potente e fluviale e l’impianto grandioso (pensiamo a "Il primo cerchio" ) ricorda molto quella di Tolstoj, ma anche un grande e scomodo personaggio: come ho detto, fu osannato, ma al contempo avversato dagli stessi che gli hanno riconosciuto l'importante ruolo di contrapposizione intellettuale ad un regime che non ammetteva nemmeno biasimi o perplessità. Solzencyn faceva tutto questo per sincerità e schiettezza, per genuinità e profondo senso morale; non seguiva ad esempio alchimie politiche, alleanze e schieramenti e tatticismi tipici del politically correct. Una vita difficile, la sua, segnata da una tragica solitudine, come se per lui la prigionia non finisse mai, e l’esilio fosse una condanna esistenziale; Solzenicyn, nel grande gioco della politica globale, era in una sorta di continuo "fuori gioco" perché non accettava gli schemi dati da un pensiero totalizzante che in tutto il mondo pretende di dettare le leggi dello sviluppo economico e le vicende della politica. Fuori gioco, ricordiamolo, era stato quando si è schierato contro l'intervento Nato in Serbia, sbalordendo tutti perché si sentiva e si dichiarava patriota slavo. . . .Non a caso oggi riprendono le manipolazioni, necessarie affinché la celebrazione della morte non diventi ulteriore momento chiarificatore delle problematiche da lui sollevate.
Così, come in un repertorio già visto e sentito, si parla di nuovo dell'anti-stalinismo, parola magica che fa ricadere le problematiche del sistema sovietico ad un breve periodo ed ad un solo personaggio.
I gulag – è ora di riconoscerlo-non sono stati una disfunzione dello stalinismo, ma sono stati lo strumento di governo della Russia comunista dalla rivoluzione in poi per tutto, dico tutto, l'arco di tempo del comunismo sovietico, e forse, con forme simili ereditate da esso, anche negli anni successivi sino ad oggi, quando si parla di Russia Zarista.
Problematiche che affrontò solo Solzenicyn -nella letteratura e nelle sue prese di posizione pubbliche- e che, in pratica, a lui solo sono rimaste:un dramma culturale non da poco, che la dice lunga sul futuro sviluppo del pensiero libero.
Quanti amici poteva incontrare in Occidente l’autore di "Duecento anni insieme"?. Sappiamo bene che chi critica gli ebrei "da destra" passa per uno in odore di nazismo, mentre la critica agli ebrei, anche pesante, è consentita solo a chi li critica "da sinistra" ( fino a paragonarli ai nazisti per il loro comportamento nei confronti dei palestinesi). Ma ditemi voi se chi scrive un libro con accuse pesantissime di connivenza agli ebrei sovietici, come ha fatto Solzenicyn, che cosa rischia.
Alexander Solzenicyn , di fatto, ha scontato un altro gulag, quello senza recinti ed aguzzini torturatori, quel "gulag" astuto e perverso della manipolazione latente che fa di ogni cosa del mondo, così detto libero, un prodotto del pensiero unico.
Una problematica anch'essa, ovviamente, manipolata, al punto che ormai non si capisce più bene chi è il responsabile e chi la vittima di tale "epidramma".
Un dibattito mancato, al punto che oggi, dopo tanti accadimenti e dopo tanta attenzione data alla Russia, non capiamo la continuità di certi "atteggiamenti" che infatti non sono cambiati: lo zar Putin muove le truppe contro i ribelli georgiani con una determinazione figlia di quella politica estrema che poteva concepire i gulag a sostegno di uno stato.
Allarmiamoci ma rendiamoci conto, allo stesso momento, che tali avvenimenti sono la conseguenza di una politica internezionale che soprassiede su molto (e non parliamo di quella nostrana che soprassiede addirittura su troppo) sino a snaturarsi del tutto.
Riflessioni che ci mancano e che ci mancheranno, come se fossimo in presenza di intellettuali facenti parte di una "cupola" che fa, dei drammi che sono accaduti e che accadranno, il teatrino delle loro invettive.
Con tutto ciò, Solzenicyn resta uno scrittore da leggere e rileggere, perché ha ancora tanto da dire e perché il suo messaggio ci è stato nascosto da un’intellighenzia volpona, carrierista e sagace di poltrone e cattedre culturali, capace, pur di conservare l’egemonia, di appropriarsi tutte le cause e tutti i valori, dall’etica, alla religione, al liberalismo, all’ambientalismo, fino all’ipocrisia finale della "Repubblica", che ha affidato la commemorazione a... voi pensereste Vittorio Strada? Armando Torno? Pietro Citati?Claudio Magris? No, Adriano Sofri. (Come se alla morte di Metternich, l’elogio funebre fosse stato affidato a Giuseppe Mazzini...)
E bisogna dire che Sofri se l’è cavata bene, forse solo Enzo Biagi, se fosse stato ancora vivo, sarebbe riuscito ad essere più commovente, peccato solo che Sofri abbia parlato come se la lotta armata da lui fomentata in un’Italia che aveva il Partito comunista più numeroso d’Europa non avesse avuto lo scopo di importare da noi il sistema sovietico. Evidentemente i brigatisti combattevano per darci la libertà...
Così svuotato e ridotto al nulla storico, nonostante il peso ingombrante (di storia e memoria) che per forza di cose paradossalmente rappresenta, e dopo il tantissimo che si è scritto e detto su di lui, più fredda della neve sul gulag siberiano scende su Solzenicyn la lode ipocrita e la rapida dimenticanza. E corriamo il rischio che, come quel personaggio di Manzoni che cincischiava su Carneade, qualcuno, magari alla prossima maturità liceale, dica di Alexandr Solzenicyn: "Chi era costui?"
Il miglior commento di uno scrittore restano sempre le sue stesse parole, perciò voglio concludere con gli ultimi capoversi della "Giornata di Ivan Denisovic", il capolavoro che lo rivelò al mondo, dove, pur senza nominare Dio, dimostra il suo stoicismo cristiano:
Mentre stava pigliando sonno, Šuchov si sentiva del tutto soddisfatto. La giornata era stata parecchio fortunata: non l’avevano messo in cella di punizione, la squadra non era stata mandata a lavorare al "villaggio socialista", aveva tubato una scodella di cascia d’avena a pranzo, il caposquadra aveva "chiuso la percentuale" bene, il lavoro di muratura era stato per lui un piacere, non gli avevano trovato addosso il pezzo di sega, aveva guadagnato qualcosa da Tsezar, la sera, e aveva comperato del tabacco. E non si era ammalato, aveva resistito.
Era trascorsa una giornata non offuscata quasi da nulla, una giornata quasi felice.
La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella,
Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…
Giovanni Lauricella
Bibliografia
Un giorno nella vita di Ivan Denisovič (1963)
La casa di Matrjona
Padiglione cancro (1967)
Il primo cerchio (1969)
Reparto C (1969)
Una candela al vento (1970)
Agosto 1914 (1971)
Lettera al patriarca di tutta la Russia
Arcipelago Gulag (1973-1978)
Lettera ai leaders sovietici (1974)
Vivere senza menzogna (1974)
La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria (1975)
Discorsi americani (1976)
Lenin a Zurigo (1976)
Tutto il teatro (1976)
Ricostruire l'uomo : scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente
Novembre 1916 (1984)
Marzo 1917 (1986)
Aprile 1917
Tre storie (1986)
Come ricostruire la nostra Russia? (1990)
La questione russa alla fine del secolo 20° (1995)
Ego (1995)
Il mestiere dello scrittore: "Tra autoritarismo e sfruttamento"
Duecento anni insieme, vol. 1 "Ebrei e russi prima della rivoluzione" (2003)
Miniature (2006)
Duecento anni insieme, vol. 2 "Ebrei e russi durante il periodo sovietico"
G. L.
(2007)
categoria:arte, leggere, , cultura povera metacultura






