mercoledì, 13 agosto 2008

"A Mosca! A Mosca!" Ovvero: l’eterno gulag di Alexandr Solzenicyn

Solzenicyn è morto sommessamente in questo caldo inizio di agosto, scatenando la prevedibile sequenza delle commemorazioni: grande scrittore e massimo esponente di quel dissenso russo su cui apparentemente la critica militante si era allineata, forse obtorto collo, all’ammirazione della cultura più tradizionalmente anticomunista e liberale, anzi liberal.

L’opera che lo fece conoscere in patria e lo rese famoso in Occidente fu "Una giornata di Ivan Denisovic", un breve e perfetto racconto di prigionia, che commosse Kruscev, al punto che non volle censurarlo, nello spirito del disgelo da lui promosso in URSS.

Grazie a questo statista, che del disgelo fu poi vittima, entrava nel nostro dibattito politico e nel lessico della letteratura universale una nuova parola: gulag. Essa designa il campo di lavoro coatto cui erano condannati dissidenti politici e malavitosi comuni, collocato di norma in Siberia e dintorni, spesso al di sopra del Circolo polare artico, erede perfezionato -e molto più affollato- delle prigioni zariste, ma soprattutto, parente prossimo del lager hitleriano. Fu la culla di una letteratura di altissimo valore morale prima ancora che politico, di cui Alexandr Solzenicyn fu e resta il più popolare esponente.

Una popolarità che gli valse nel 1970 il premio Nobel per la letteratura. Dopo il grande ciclo polifonico intitolato "La ruota rossa", a metà degli anni '70 scrive "Arcipelago Gulag", un’ opera colossale che aveva potuto portare a termine in 11 anni di lavoro grazie all'aiuto di compagni di prigionia e amici, e che ha causato la sua espulsione dall'URSS. Raccoglieva infatti dati, racconti e documenti mai così dettagliati fino a quel momento sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana, squarciando il velo di omertà e connivenza con cui l’intellighenzia occidentale velava il paradiso sovietico.

Il dissenso russo divise il campo della cultura, perché a fronte dell’innegabilmente alta qualità della scrittura, c’era lo scandalo di un contenuto dirompente.

Solzenicyn, fino al 1991 coccolato dagli intellettuali occidentali, è stato dopo il crollo dell'URSS quasi dimenticato in Occidente, e per una serie di motivi che mettono in luce l'ipocrisia degli intellettuali "demo-progressisti" nostrani.

Nel mondo del dopo-Guerra Fredda infatti non è più "politicamente corretto" il suo patriottismo russo, ortodosso, ottocentesco, il suo rifiuto tolstojano del progresso e del lifestyle occidentale: una Weltanschauung prettamente slava, ben lontana dai pagliacceschi eccessi di uno Zhirinovsky; lo prova la sua mai sopita critica ad un Occidente materialista e inaridito dalla tecnologia conosciuto durante i lunghi anni di esilio. Significativo anche il suo riferimento, nell'opera "Duecento anni insieme" (dedicata ai rapporti fra russi ed ebrei), alla massiccia partecipazione ebraica alla rivoluzione del 1917 e all'organizzazione del terrore degli anni '20 e '30.

Un grande scrittore, la cui prosa potente e fluviale e l’impianto grandioso (pensiamo a "Il primo cerchio" ) ricorda molto quella di Tolstoj, ma anche un grande e scomodo personaggio: come ho detto, fu osannato, ma al contempo avversato dagli stessi che gli hanno riconosciuto l'importante ruolo di contrapposizione intellettuale ad un regime che non ammetteva nemmeno biasimi o perplessità. Solzencyn faceva tutto questo per sincerità e schiettezza, per genuinità e profondo senso morale; non seguiva ad esempio alchimie politiche, alleanze e schieramenti e tatticismi tipici del politically correct. Una vita difficile, la sua, segnata da una tragica solitudine, come se per lui la prigionia non finisse mai, e l’esilio fosse una condanna esistenziale; Solzenicyn, nel grande gioco della politica globale, era in una sorta di continuo "fuori gioco" perché non accettava gli schemi dati da un pensiero totalizzante che in tutto il mondo pretende di dettare le leggi dello sviluppo economico e le vicende della politica. Fuori gioco, ricordiamolo, era stato quando si è schierato contro l'intervento Nato in Serbia, sbalordendo tutti perché si sentiva e si dichiarava patriota slavo. . . .Non a caso oggi riprendono le manipolazioni, necessarie affinché la celebrazione della morte non diventi ulteriore momento chiarificatore delle problematiche da lui sollevate.

Così, come in un repertorio già visto e sentito, si parla di nuovo dell'anti-stalinismo, parola magica che fa ricadere le problematiche del sistema sovietico ad un breve periodo ed ad un solo personaggio.

I gulag – è ora di riconoscerlo-non sono stati una disfunzione dello stalinismo, ma sono stati lo strumento di governo della Russia comunista dalla rivoluzione in poi per tutto, dico tutto, l'arco di tempo del comunismo sovietico, e forse, con forme simili ereditate da esso, anche negli anni successivi sino ad oggi, quando si parla di Russia Zarista.

Problematiche che affrontò solo Solzenicyn -nella letteratura e nelle sue prese di posizione pubbliche- e che, in pratica, a lui solo sono rimaste:un dramma culturale non da poco, che la dice lunga sul futuro sviluppo del pensiero libero.

Quanti amici poteva incontrare in Occidente l’autore di "Duecento anni insieme"?. Sappiamo bene che chi critica gli ebrei "da destra" passa per uno in odore di nazismo, mentre la critica agli ebrei, anche pesante, è consentita solo a chi li critica "da sinistra" ( fino a paragonarli ai nazisti per il loro comportamento nei confronti dei palestinesi). Ma ditemi voi se chi scrive un libro con accuse pesantissime di connivenza agli ebrei sovietici, come ha fatto Solzenicyn, che cosa rischia.

Alexander Solzenicyn , di fatto, ha scontato un altro gulag, quello senza recinti ed aguzzini torturatori, quel "gulag" astuto e perverso della manipolazione latente che fa di ogni cosa del mondo, così detto libero, un prodotto del pensiero unico.

Una problematica anch'essa, ovviamente, manipolata, al punto che ormai non si capisce più bene chi è il responsabile e chi la vittima di tale "epidramma".

Un dibattito mancato, al punto che oggi, dopo tanti accadimenti e dopo tanta attenzione data alla Russia, non capiamo la continuità di certi "atteggiamenti" che infatti non sono cambiati: lo zar Putin muove le truppe contro i ribelli georgiani con una determinazione figlia di quella politica estrema che poteva concepire i gulag a sostegno di uno stato.

Allarmiamoci ma rendiamoci conto, allo stesso momento, che tali avvenimenti sono la conseguenza di una politica internezionale che soprassiede su molto (e non parliamo di quella nostrana che soprassiede addirittura su troppo) sino a snaturarsi del tutto.

Riflessioni che ci mancano e che ci mancheranno, come se fossimo in presenza di intellettuali facenti parte di una "cupola" che fa, dei drammi che sono accaduti e che accadranno, il teatrino delle loro invettive.

Con tutto ciò, Solzenicyn resta uno scrittore da leggere e rileggere, perché ha ancora tanto da dire e perché il suo messaggio ci è stato nascosto da un’intellighenzia volpona, carrierista e sagace di poltrone e cattedre culturali, capace, pur di conservare l’egemonia, di appropriarsi tutte le cause e tutti i valori, dall’etica, alla religione, al liberalismo, all’ambientalismo, fino all’ipocrisia finale della "Repubblica", che ha affidato la commemorazione a... voi pensereste Vittorio Strada? Armando Torno? Pietro Citati?Claudio Magris? No, Adriano Sofri. (Come se alla morte di Metternich, l’elogio funebre fosse stato affidato a Giuseppe Mazzini...)

E bisogna dire che Sofri se l’è cavata bene, forse solo Enzo Biagi, se fosse stato ancora vivo, sarebbe riuscito ad essere più commovente, peccato solo che Sofri abbia parlato come se la lotta armata da lui fomentata in un’Italia che aveva il Partito comunista più numeroso d’Europa non avesse avuto lo scopo di importare da noi il sistema sovietico. Evidentemente i brigatisti combattevano per darci la libertà...

Così svuotato e ridotto al nulla storico, nonostante il peso ingombrante (di storia e memoria) che per forza di cose paradossalmente rappresenta, e dopo il tantissimo che si è scritto e detto su di lui, più fredda della neve sul gulag siberiano scende su Solzenicyn la lode ipocrita e la rapida dimenticanza. E corriamo il rischio che, come quel personaggio di Manzoni che cincischiava su Carneade, qualcuno, magari alla prossima maturità liceale, dica di Alexandr Solzenicyn: "Chi era costui?"

Il miglior commento di uno scrittore restano sempre le sue stesse parole, perciò voglio concludere con gli ultimi capoversi della "Giornata di Ivan Denisovic", il capolavoro che lo rivelò al mondo, dove, pur senza nominare Dio, dimostra il suo stoicismo cristiano:

Mentre stava pigliando sonno, Šuchov si sentiva del tutto soddisfatto. La giornata era stata parecchio fortunata: non l’avevano messo in cella di punizione, la squadra non era stata mandata a lavorare al "villaggio socialista", aveva tubato una scodella di cascia d’avena a pranzo, il caposquadra aveva "chiuso la percentuale" bene, il lavoro di muratura era stato per lui un piacere, non gli avevano trovato addosso il pezzo di sega, aveva guadagnato qualcosa da Tsezar, la sera, e aveva comperato del tabacco. E non si era ammalato, aveva resistito.

Era trascorsa una giornata non offuscata quasi da nulla, una giornata quasi felice.

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella,

Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

Giovanni Lauricella

 

Bibliografia

 

Un giorno nella vita di Ivan Denisovič (1963)

La casa di Matrjona

Padiglione cancro (1967)

Il primo cerchio (1969)

Reparto C (1969)

Una candela al vento (1970)

Agosto 1914 (1971)

Lettera al patriarca di tutta la Russia

Arcipelago Gulag (1973-1978)

Lettera ai leaders sovietici (1974)

Vivere senza menzogna (1974)

La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria (1975)

Discorsi americani (1976)

Lenin a Zurigo (1976)

Tutto il teatro (1976)

Ricostruire l'uomo : scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente

Novembre 1916 (1984)

Marzo 1917 (1986)

Aprile 1917

Tre storie (1986)

Come ricostruire la nostra Russia? (1990)

La questione russa alla fine del secolo 20° (1995)

Ego (1995)

Il mestiere dello scrittore: "Tra autoritarismo e sfruttamento"

Duecento anni insieme, vol. 1 "Ebrei e russi prima della rivoluzione" (2003)

Miniature (2006)

Duecento anni insieme, vol. 2 "Ebrei e russi durante il periodo sovietico"

 

G. L.


 

(2007)
postato da: metaculture alle ore 08:10 | Permalink | commenti
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venerdì, 08 agosto 2008
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domenica, 03 agosto 2008
Beato te!
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domenica, 03 agosto 2008

Esemplari bellissimi! Selezionati per fare foto.  Fotomodelli?

postato da: metaculture alle ore 17:47 | Permalink | commenti
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venerdì, 01 agosto 2008

Sappiamo tutti dell'Arte Povera come fenomeno di arte visuale, vorrei che si parlasse del suo comparativo nella cultura.....

 La scossa di Ernesto

Ernesto Galli Della Loggia ha fatto sul Corriere della Sera di martedì 22 luglio un’ ottima analisi della situazione culturale italiana, ed in particolare all'atteggiamento culturale, goffo e inconcludente, della destra che sta al governo.

Cose tanto giuste quanto ovvie, e persino irritanti rispetto all’intelligenza critica di cui Ernesto Galli della Loggia solitamente dà prova nello sbugiardare i luoghi comuni dell’intellighenzia sinistrese: infatti lo scenario da lui evocato è quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Comunque è cosa meritevole che qualcuno lo dica (e lo scriva sul Corriere) perché purtroppo anche una garbata protesta richiede coraggio e sufficiente cautela insieme, argomento questo che tratterò meglio in seguito.

Prima di tutto ci vorrebbe una maggioranza coesa e culturalmente agguerrita, mentre invece abbiamo tre visioni differenti che confliggono appena c'è una rivendicazione da fare oppure una strategia da approntare contro l’opposizione. Non è solo un problema di governance, come si usa dire, ma anche di difficoltà a capire quello che il governo dice, perché, così come stanno le cose, del suo programma non si capisce più niente.

Poi ci dovrebbe essere un opposizione meno isterica, che non strilli alla minima iniziativa che fa il governo, atteggiamento che sfinisce chiunque si aspetti qualcosa dalla politica.

Poi, come dice l'Ernesto, la "scossa".

Ma chi dovrebbe dare la scossa? Sgarbi? La Gelmini? Il ministro dei Beni Culturali, Bondi?

(Il quale infatti gli ha dato la replica sul Corriere di oggi, con un eloquio forbito e pieno di buone intenzioni, dimostrando che tutto va per il meglio. La Bellezza, il Passato e la Memoria sono in buone mani).

Datemi qualche altro nome che non me ne viene in mente nessuno.....

Veneziani, Buttafuoco, Ferrara? Dove abitano?

Quali sono i personaggi carismatici della destra capaci di investire il Paese di un nuovo imprinting culturale?

Purtroppo la vera cultura sociale che abbiamo è un atteggiamento da guerra partigiana: quando qualcuno si muove gli si spara alle spalle. Meglio se fatto in incognito facendosi scudo di ignari cittadini. Con tutto il rispetto per la resistenza che aveva ben altri fini e valori, quello che ne abbiamo perpetuato è il comportamento più insidioso e pericoloso, come ben sanno tutte le vittime, coloro che dagli anni Settanta in poi,sono stati delegittimati culturalmente e ghettizzati professionalmente in quanto "non allineati".

Un tipo di vigliaccheria che esiste anche all'interno di chi la fomenta. L' ha assaggiata bene Ochetto, poi Dalema e adesso, non sarà l'ultimo, Fassino, anche se, in questo caso, si parla di tattiche politiche.

L'Italiano si è trasformato sul serio nel personaggio che Alberto Sordi pittorescamente impersonava, il cinico vigliacco dalle lacrime facili che ci faceva fare le risate amare.

Che cosa fare di tale vigliaccheria? Liberarsene sarebbe già una rivoluzione culturale. Un popolo che si rispetti si assume le responsabilità di quello che effettivamente fa. Il problema è il vizio nazionale di accollare ad "altri" le proprie responsabilità. In un paese dove il sindacato è inattaccabile ditemi chi ha mai fatto mai qualcosa di storto e pertanto di punibile. Altro che immunità parlamentare, noi abbiamo avuto l’immunità di una mala gestione e del danno collettivo celato da libertà sindacali specie ad opera di intere generazioni di funzionari, e non, inquanto classi di lavoratori!

Abbiamo purtroppo ancora una visione ideologica talmente malefica che scarichiamo ogni responsabilità di quello che non ci piace su: fascisti, borghesi e padroni, maschilisti e omofobi, cattolici e antiabortisti, un atteggiamento che alla fine fa comodo a tutti, e specie ai veri colpevoli che, coperti da tale cortina fumogena che ci da l'imbecillità necessaria, la fanno franca da decenni e non a caso siedono nei centri di potere. Ne hanno dato esempio il recente governo e altrettanto si appresta a fare quello nuovo, senza distinzione di sorta.

Caro Ernesto, le cifre dell'incremento recente di nuove università e numero di professori, il prolificare di pubblicazioni culturali ad opera di ambigue figure di spettacolo mediatico basterebbero come risposta a quello che hai scritto. Prova a scalfire questo fenomeno.

Finissima e condivisibile la tua analisi, ma qual’è la cura? Da come si evince non ce lo vuol dire o più realisticamente non lo sa. Ma forse allude a chi brama di darci una risposta.

Una scossa è già pronta da parecchio e questo non ce lo dice. Senza ripristinare le regole (a cominciare dalla buona educazione), la meritocrazia e il rigore (a cominciare dalla scuola) senza una cultura vincente e inclusiva, dove andiamo con i nostri programmi di integrazione?

Il fatto interessante è che da questa posizione di estrema debolezza mediamo già a nostro sfavore con una cultura arretratissima ma battagliera come quella islamica ormai diventata "nostra" in quanto non solo radicata nel nostro territorio ma che sarà ancora più maggioritaria dell'atteggiamento che adesso assume nel volgere di pochi anni. Allora dovremo democraticamente rispettare questa maggioranza di cittadini italiani per l’anagrafe che ci farà riscrivere le nostre leggi e i nostri costumi, una rivoluzione culturale da loro da sempre agognata e che noi, impegnati a darci la zappa sui piedi, seguiremo supinamente. Di scosse se ne prevedono tante e ben consistenti e ti voglio vedere chi si arrischierà a dire qualcosa all'imam. I girotondisti si guarderanno bene di avvicinarsi attorno ad una moschea e di baldanzosi "vaffa" non se ne sentiranno se non sussurrati, mentre i margini di furbizia dei vari "Albertoni" nazionali saranno inefficaci quanto rischiosissimi. E ci sarà chi per razionalizzare questo melting pot perverso (proprio il contrario di quello statunitense) ricomprenderà e ridimensionerà la tradizione italiana sotto l’etichetta di comodo della cultura "mediterranea". E' una carenza di una risposta culturale che si avvertiva già da prima di quell'11 settembre e ci si aspettava che da sotto le macerie delle torri gemelle sorgesse quello che ci mancava. Per chiarezza non parlo di quello che ci serve per una contrapposizione che spero non interessi a nessuno, intendo il necessario per definire meglio quello che culturalmente siamo e ci riguarda per un sapere civile e responsabile. Il problema è che manco siamo rimasti a come eravamo, adesso stiamo pure peggio.

Come diceva Oscar Wilde (lui sì, politicamente scorretto!): "La fortuna di chiamarsi Ernesto!"

Giovanni Lauricella

postato da: metaculture alle ore 08:53 | Permalink | commenti (1)
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