martedì, 14 ottobre 2008

Picasso 1917 – 1937 . L’Arlecchino dell’arte".

Roma, Complesso del Vittoriano

dall’11 ottobre 2008 all’8 febbraio 2009.

 

Catalogo "Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte". a cura di Yves-Alain Bois.

 

 

Premessa.

Ci sono nomi che fanno la fortuna di chi li porta perché ce l'hanno in sé, nell’etimologia o nelle parole in cui si possono scomporre, come quello di Picasso, che suona intrigante, e pare così composto: Pic[colo] asso (o più propriamente, dallo spagnolo ‘picar’, che significa ‘pungere’, asso che punge o pungolo che fa fracasso)

 

Per una storia delle deriva culturale del ‘900

 

Pablo

Un fatto strano, degno di restare negli annali della critica moderna dell'arte, ma un caso ancora più strano se si pensa che Picasso rappresenta l'artista che, forse più di ogni altro, traghettò l'arte alla modernità e a una dimensione estetica che fa parte della Weltanschauung in cui noi tutti oggi viviamo: è ormai acquisito che l’opera d’arte non deve consolare, dilettare, istruire - come per secoli si è creduto secondo il pensiero classico- illuministico e idealistico- ma deve sconvolgere gli schemi, rivelare i disastri mentali, urtare il senso comune del bello, propagandare messaggi forti come un pugno nello stomaco, e soprattutto costare molto, troppo, anche per le tasche dei grandi borghesi, che comunque ne fanno incetta. Tutto ciò non esisteva prima di Picasso, spagnolo e comunista.

Un processo tutto ideologico sta alla costruzione di questo colosso dell’arte contemporanea, un personaggio che prima di tutto era carismatico. Basso di statura come Napoleone, napoleonico fu nella vita e nel percorso creativo: mentre, nelle sue "battaglie" devastò uno stuolo di donne incalcolabile, bidonandole con il suo successo professionale, distrusse meglio di ogni altro artista l'arte tradizionale, piegando a sé critici e galleristi. Sono molti gli episodi diventati celebri che testimoniano il suo atteggiamento sprezzante e altezzoso, che gli permise di ottenere successi allora impensabili nel mondo dell’arte, che è fatto, si sa, anche di rapporti e sottili calcoli economici e mercantili.

Primo fra tutti i suoi meriti, era il fatto che sapeva vendere bene le sue opere, ad un prezzo sempre più alto, che non si capiva bene se fosse una quotazione artistica autoattribuita o una specie di bluff, una provocazione voluta. Celeberrime rimarranno le anticamere che inflisse ai più prestigiosi collezionisti al mondo… E più provocava, più dileggiava, più alzava i prezzi, più vendeva e più era pittoresco, il giustamente comunista Picasso, le cui opere divennero il logo più amato dai movimenti pacifisti e terzomondismi. (Ricordate la colomba, simile nel disegno al noto dolce pasquale?)

Ma questo stile di autopromozione, benché di per sé rivoluzionario, ci spiega ben poco di quello che era il vero fenomeno Picasso: il fattore decisivo, tanto più importante quanto sottaciuto, è che si faceva forte della compagine culturale comunista, che specie nel secondo dopoguerra sparigliava le carte della cultura tradizionale di tutto il mondo occidentale stremato dalla guerra. Chi, come lui, ne assumeva il ruolo guida, incassava tutti i profitti che desiderava, sia in termini di prestigio che di danaro.

Ma non fu solo tenacia da parte di Picasso. Il fatto vero e più grave è che attraverso l'arte passava una esplicita corruzione da parte dell'alta finanza a beneficio del partito comunista internazionale, non a caso da un lato, quello ideologico, fautore imperterrito del "fronte del no" al capitalismo borghese e ben ricettivo dall'altro, quello dei soldini; ben coperto inoltre da influenti critici e storici d'arte in auge, incuranti di essere in evidente conflitto di interesse perché membri del medesimo partito. Una sorta di tattica ideologico-mafiosa da ascriversi alla guerra fredda, di cui si è cominciato a capire qualcosa quando vennero aperti gli archivi della CIA e, con sorpresa, si trovò scritto il nome di Andy Warhol fra i possibili assegnatari di cospicui finanziamenti. Invero fu un fenomeno di portata molto più ampia che tutti gli storici e critici d'arte ben sanno che non è proprio solo ed esclusivamente della Pop Art e dell'impero culturale USA; è un fenomeno di gran lunga più ideologico, manipolatorio e mendace di quell’altra ideologia apparentemente opposta, imperialistica, borghese o vaticana che ci impone un approfondito revisionismo storico per non far sembrare manipolatori e fuorvianti gli stessi nomi dati all'arte: astratta, pop, povera, concettuale, lands, trans, nomade ecc.

Picasso fu tutto questo, un toreador dello stile, un picaro della scalata mondana, uno skipper dell'arte che scelse di fare grandi traversate non perché rischiasse qualcosa, come fanno capire gran parte delle storiografie che lo mitizzano ad eroe, ma perché sapeva di avere il vento in poppa, e di essere al sicuro con le spalle ben coperte. Ricordiamoci, ad esempio, che nemmeno si arruolò né con i repubblicani spagnoli né dopo con i partigiani francesi, cosa molto originale rispetto ai comunisti di quei tempi che si sacrificarono, spesso dando la vita, impugnando le armi nei vari fronti di lotta.

"L'eroe di Guernica" (alludo al famoso quadro che denunciava una brutale rappresaglia nazista, un bombardamento aereo sui civili) si guardò bene dal fare un’ opera d'arte per l’occupazione sovietica dell' Ungheria del 1956 o di Praga del 1968. Eppure questi fatti storici scuoterono la coscienza civile di molti iscritti del partito in tutta Europa, che strapparono la tessera, e gettarono le basi di una nuova sinistra, meno legata al Kremlino, ma europea e liberal.

Ma Il miliardario Picasso, che ormai viveva in vari castelli francesi, non si impegnò e, precorrendo i comunisti ortodossi diventati filo arabi, non si scomodò nemmeno per l'olocausto con opere degne di memoria, sebbene la mole della sua produzione sia tale che ha dell'incredibile e forse qualcuna ci sfugge al momento.

Una perestroika ed una glasnost, simili a quelle realizzatesi con successo in politica, dovrebbero essere affrontate anche per l'arte, non per demolire o demonizzare chicchessia, cosa che non serve a nessuno, ma solo per avere una corretta visione storica e per dare un più equilibrato livello interpretativo ai fenomeni culturali di questo fine secolo che è alle nostre spalle e per ristabilire le verità necessarie su cui edificare l’arte del futuro.

Di questo "picador" dell'arte, l'ardua sentenza della manzoniana domanda napoleonica diventa ancora più difficile per le complicazioni da dirimere, l'impelagante domanda diventa < Fu tutta arte? Fu solo cultura?> Urge da tanto tempo la giusta risposta su Picasso e sui suoi esegeti e seguaci, perché viviamo un clima di approssimazione culturale che ormai da lungo tempo ci lascia perplessi sul futuro. Ne vale ad esempio la subalternità pagata agli artisti americani alimentata dagli "USAfobici" nostrani, che tifano per gli integralisti islamici e poi gestiscono l'esclusiva culturale dell'import Made in USA in Italia, seppur celato dal fatto che sono i paladini contro la destra repubblicana.. Un bene per tutti noi, ma soprattutto per quei cosiddetti intellettuali, che nel nostro bel paese fanno sempre più fatica a posizionarsi rispetto agli accadimenti, teste pensanti che subiscono gli eventi volta per volta, non ultimo i risvolti culturali della crisi economica che stiamo tutti attraversando e che è piena di messaggi gravi per tutti meno che per loro, che invece si presentano abitualmente ai dibattiti con la spocchia di essere più lungimiranti di tutti gli altri. Stando al loro assordante silenzio, si direbbe che ancora la crisi debba cominciare, ma è certo che, quando si esprimeranno in merito, diranno che "loro lo dicevano da un bel pezzo".

E come al solito tutti i media e gli apparati culturali daranno loro ragione.

Una mostra acritica come questa rischia di essere anacronistica per il fardello di problematiche culturali che non solleva, e quindi non risolve; anzi, possiamo dire che l’intera operazione si lascia schiacciare con disinvoltura da un simile peso, mentre noi, che dovremmo esserne i beneficiari, restiamo appiattiti in questa maleodorante poltiglia sottoculturale.

Come atteggiamento mentale, oltre tutto, quello dei promotori e operatori è poco consono alle esigenze attuali, perché l’allestimento e l'organizzazione come sempre è dovuto a un finanziamento pubblico, spesso celato sotto l'elusione fiscale delle sponsorizzazioni, che oggi ha grosse difficoltà a soddisfare molti settori -vitali per la sopravvivenza di questo paese- e che invece viene investito con troppa generosità in manifestazioni che poco aggiungono a quanto prodotto dalla carente e decadente fase culturale che attraversiamo.

Conclusione 

 

(che spiega la premessa): non sempre un Picasso (Pic[colo] asso ) nella manica risulta decisivo per vincere la partita…
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martedì, 14 ottobre 2008

Jean-Michel Basquiat - Fantasmi da scacciare

FONDAZIONE MEMMO - PALAZZO RUSPOLI

Roma fino al primo febbraio 2009

Morì a 27 anni per overdose di eroina, Jean-Michel Basquiat, che sicuramente aveva fantasmi da scacciare, forse quelli esposti a Palazzo Ruspoli.
Incubi adolescenziali fatti di corpi scheletrici, figure nere, auto, aerei, grattacieli, poliziotti, giochi bambineschi, disegni animati e comics, e poi graffiti, saturati di simboli come © o la corona: "graffitismo", dunque, incentrato su una visione infantile del corpo umano, "scenico o recitante". Jean-Michel Basquiat è senza dubbio uno tra i più attuali fenomeni di successo per le dinamiche emblematiche di una "economia dell'arte", fondata su artificiosi traguardi finanziari, che lo sostengono.

Straordinari sono stati i giorni che ha vissuto questo ragazzo, destinato a fare tutto quello che altri ragazzi della sua stessa età fanno sovente, ma restando nell' ombra di una società che li ignora totalmente.

Vita sregolata, droga, party, sesso: niente di nuovo o di strano. Quante volte abbiamo sentito cose del genere e quante volte le abbiamo ascoltate con noia. Sono le solite storie che leggiamo nei libri di successo, o che vediamo al cinema.

Questa solita storia è diventata per Basquiat un mito perché quello che gli è capitato è stato sempre descritto con un’ enfasi tale che, se le altre migliaia di giovani che si sono drogati lo hanno fatto -punto e basta- lui, Basquiat, lo <ha fatto!>

Ciò viene detto dai critici come se avesse preso una medaglia d'oro al valore per un merito speciale tutto suo, di cui gli altri non sono capaci. Tutti dicono delle cose stupefacenti su di lui, che ti fanno appassionare persino alle sue tragedie familiari; <era un gran talento> si dice, perché sapeva disegnare le cose in maniera tale che sembrassero disegnate male, come in un primordiale graffito, e si giustifica il suo stile come una radice culturale di questa società decadente. Nelle biografie pubblicate nelle più prestigiose riviste o libri d'arte tutti accusano la società americana e il suo sistema dell'arte di essere stato verso di lui "razzista"; forse lo volevano in auge a sette otto anni di età, o magari anche prima, quando stava in carrozzina, ma ditemi chi, appena ventenne, è già all'apice del successo. Sì, è vero, ha incontrato Andy Warhol. Era lui che lo incitava in questa triste e distruttiva rappresentazione dell'arte fatta come i "decori" delle peggiori toilette dei locali di periferia. Sappiamo tutti che, quando ti benedice il Papa, vai in paradiso, e così pure che, se il personaggio più influente dell'arte ti dice "bello" tutto si trasforma in oro anche quello che fai al gabinetto. Forse era già predestinato quando prima di incontrarlo firmava con l’acronimo di SAMO "SAMe Old Shit" (letteralmente la solita vecchia merda). Le sue opere valevano già tanto quando era in vita e adesso valgono tantissimo, troppo.

Esagero a dirlo? So di non essere allineato con gli altri che scrivono d'arte, ma sono altrettanto certo che le medesime persone conoscono bene queste dinamiche, perché ne personificano i ruoli vivendoli in prima persona. Sembra strano, ma la disuguaglianza nel metodo valutativo dell'arte è tale che rende tutti i critici e storici dell'arte, paradossalmente, più uguali l'uno all'altro (e non vi dico i giornalisti). Si alimentano sconsideratamente "successi internazionali" su artisti che valgono tanto quanto altri, o forse anche meno; per me Basquiat è un simpatico ed interessante artista come ce ne sono tantissimi altri. E basta con questa mitologia del "graffito metropolitano" che è un graffito proprio come è stato definito, e nulla altro. Altrettanto dicasi per il suo amico ed ex- socio Keith Haring il cui segno, paragonato ad un fenomeno graficamente simile come la "linea" di Osvaldo Cavandoli, sarebbe sicuramente da ridimensionare....se non fosse che costa molto di più!

Jean-Michel Basquiat

Un mercato dell'arte così gonfiato evidentemente è figlio di quelle borse (occidentali e non solo)

che adesso si trovano a fare i conti con buchi finanziari grandi quanto enormi voragini che rischiano di inghiottire tutti noi.

Questa grande paura, sì, è il vero fantasma da scacciare.

E viene da pensare anche al declino dell’impero americano, tema caro ai politologi: non si può non vedere che esso è stato alimentato e profetizzato da artisti e intellettuali di punta fin da prima della seconda guerra mondiale: da Hemingway a Miller a Mailer, e via via discendendo fino a Spike Lee che, misurandosi come regista con la nostra resistenza, "perde la bussola al cospetto della Storia" (così Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera di venerdì 3 ottobre).

Una decadenza che assomiglia a un costoso suicidio!

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martedì, 14 ottobre 2008

Georg Baselitz. La Grande Notte in Bianco

Gagosian Gallery

 

Roma, fino all'8 novembre

 

L'antipittura spinta sino alla follia è -nell'espressionismo di Georg Baselitz - la prima difficoltà che ha lo spettatore nel porsi di fronte alla pessima rappresentazione pittorica di un uomo che si masturba un grande pene colto nel momento che schizza l'eiaculazione, dipinta con pennellate approssimative, con macchie e deformità, dovute ad una pennellata stentata, pestata, torturata e indecisa. Un grande pene in un grande quadro mal dipinto, per il disgusto che crea, esclude la possibilità di una lunga sosta innanzi a tale schifoso spettacolo. Non il gusto dell'orrido, peraltro, ma il totale respingimento da ciò che si vede, il rifiuto totale è il messaggio profetico di un artista che si dichiara contro l'arte: argomento ricorrente in tutti i suoi temi trattati nel corso della sua ormai lunghissima carriera , vissuta nella radicalità più assoluta, che culminò a cavallo tra gli anni '50 '60.

Dopo il grande successo della mostra alla Royal Academy of Arts di Londra e di quella retrospettiva del MADRE di Napoli curata da Norman Rosenthal , una serie di masturbazioni sono le sequenze, dipinte su grandi quadri di uguali dimensioni, che formano la serie Remix, appositamente eseguita per questa mostra alla Gagosian Gallery di Roma (accompagnata da un catalogo con saggio introduttivo di Achille Bonito Oliva). Si vuole ricordare Die große Nacht im Eimer , che, nel lontano 1963, quando doveva essere esposto a Berlino, fu sequestrato dalla polizia per lo scalpore suscitato da un osceno focomelico rappresentato nell'atto masturbatorio. Una pittura, un’ arte, una poetica che creano la repulsa sono la dirompente carica di Georg Baselitz, che voleva abbattere le ultime resistenze dell'arte tradizionale ancora in piedi ai suoi tempi, rifacendosi non solo all'universo culturale che andava da Kandinsky e

Fuggito dal realismo socialista di stampo sovietico imposto nella Germania Orientale, Baselitz finì per abbracciare quella sorta di deriva mentale, che era poi il naufragio dell’arte occidentale, fomentato dai sinistresi e sinistri satrapi del sistema culturale di quei tempi, e concorse a perpetrare quella sorta di tradimento intellettuale, caro all’intellighenzia europea, che esaltava l'arte in funzione antiborghese e anticapitalista, fino alla drammaticità più crudele, raggiungendo un inverosimile parossismo "anticonformista". Questo tradimento, sia detto per inciso, ha il suo contraltare letterario nella grande voga del teatro di Brecht proprio negli ambienti più sofisticati e altoborghesi del dopoguerra europeo e italiano. Ma in Georg Baselitz è peculiare una sorta di provocatorio politically incorrect, atto a scompaginare ogni cosa, come i suoi audaci quadri capovolti, per attuare la distruzione, l'annientamento, la morte, la fine dell'arte. Concezione del nulla dell’arte, ovvero nichilismo artistico, che permette ampio spazio di gioco e che fa della radicalità l'essenza di ogni stravolgimento formale. In Germania, insieme a Jörg Immendorff , Markus Lüpertz , Anselm Kiefer, ciò rappresenta un fenomeno generazionale di pittori ad alto contenuto di pensiero che non hanno paragone in altre parti del mondo, aggiungendovi, se vogliamo, l' "antipittura" delle istallazioni di Joseph Beuys.

Una crudeltà che oggi, nelle opere esposte alla Gagosian, vediamo in Baselitz come assopita con l’uso di un fondo bianco anziché scuro e di colori solari, espressi liberamente da gesti sciolti e piacevoli, anche se sempre eseguiti con la sua caratteristica "maniera", deprecabile e dissonante.

Una lontananza dal passato viene poi evocata da un teschio che appare in una delle sue opere. Il teschio e’ un elemento nuovo, che probabilmente allude alla tradizione iconografica del memento mori nella pittura di storia. E’ evidente l’impulso di Baselitz a migliorare, chiarire e aggiornare, ma la natura evocativa e sfuggevole dei Remix ha a che fare con le meditazioni di un artista maturo sulla guerra, il tempo, la partecipazione, il fallimento, le possibilita’. Forse è proprio l’emblema dell'autore stesso, che prende coscienza della potenzialità lirica che lo ha sempre accompagnato e con essa tenta di riconciliarsi in una dimensione mortuaria, il che autorizza l’ipotesi che egli, trovandosi in tarda età, debba fare i conti con la propria morte, imminente non meno di quella che aveva prefigurato per l'arte.

 


Giovanni Lauricella

 Biografia ed opere

Georg Baselitz é nato nel 1938 con il nome di Hans-Georg Kern a Deutschbaselitz in Sassonia. Nel 1961 Georg Baselitz pubblica con Eugen Schönebeck il primo manifesto "Pandämonium", seguito da un secondo nel 1962.
Nel 1963, in occasione della mostra alla galleria di Michael Werner e Benjamin Katz, vengono sequestrati per oscenità Der nackte Mann e il famoso Die große Nacht im Eimer.
Nel 1962 sposa Elke Kretzschmar.
Nel 1965 ottiene una borsa di studia a Villa Romana, a Firenze. Lo stesso anno dipinge Die große Freunde.
Nel 1966 Georg Baselitz si trasferisce a Osthofen, presso Worms. Dipinge il ciclo degli Eroi, seguito dagli Streifenbilder, in cui il soggetto appare scomposto in strisce, che vengono riprodotte sfasate tra loro. Nel 1969 appaiono i primi quadri "capovolti": teste, paesaggi, alberi, figure intere nude o vestite, aquile, vasi di fiori, individui a mezzo busto che bevono o mangiano arance, figure distese sulla spiaggia, ragazze in bicicletta.

Il suo lavoro e’ stato esposto ampiamente in mostre monografiche e collettive fin dagli anni ’60 ed e’ stato oggetto di una importante retrospettiva al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 1995 (presentata anche al Los Angeles County Museum, l’Hirshorn Museum and Sculpture Garden di Washington e la Nationalgalerie di Berlino). Una retrospettiva del suo lavoro si e’ tenuta alla Royal Academy di Londra nel 2007. I Remix sono stati recentemente esposti alla Pinakothek der Moderne di Monaco, all’Albertina di Vienna ed al Museo MADRE di Napoli. Le sue opere sono presenti in diverse collezioni pubbliche tra cui il Museum Ludwig, Colonia; il Museum of Modern Art, New York; e la Tate Modern, Londra. Baselitz vive vicino Monaco in Germania ed ad Imperia.

Sue frasi celbri

Ciascun artista giunge sempre all’appuntamento con la convenzione. E se non ti adegui devi distruggerla. Che cosa non è stato ancora distrutto?".

George Baselitz spiegava sedici anni fa, in un’intervista a Eduardo Cicelyn.

 

"Quando sono arrivato alla decisione di capovolgere le immagini, cioè di dipingere alla rovescia, mi sono sentito sereno per la prima volta. Mi sono detto: adesso posso fare tutto." (George Baselitz, intervista rilasciata al quotidiano "Il Mattino", 12 marzo 1992)

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martedì, 14 ottobre 2008

La Stanza Rossa

FONDAZIONE VOLUME!
via s. Francesco di Sales, 86

fino al 18 ottobre 2008

 

La Fondazione Volume! ha inaugurato il 18 settembre 2008 a Roma vicino il carcere romano di Regina Coeli il nuovo programma espositivo dedicato all’architettura, MySpace.Rome, con un’ opera di Franco Purini, La Stanza Rossa, programma curato da Marina Engel. Ogni anno architetti stranieri e italiani saranno invitati ad intervenire nello spazio della Fondazione trasformandolo a loro piacere, demolendo, ricostruendo, scavando, aggiungendo, per creare ogni volta un nuovo spazio architettonico.

Ormai è passato tanto tempo dagli echi del poeta e filosofo Paolo Portoghesi che, nel furore della sua carriera, a stento si ricordava che era anche architetto. Me lo ricordo con pastrani che gli arrivavano ai piedi e dei cappelli allungati in alto, con cui sembrava uno di quei maghi o fattucchieri di una volta che si esibivano nelle fiere di paese; col suo vezzo da saltimbanco, il maestro creava atmosfere giocose che ricordo con simpatia. Ma quel che si perdona a lui, non si perdona ad altri.

Noncuranti di regole, e spesso del buon senso, i suoi epigoni esprimono architetture stravaganti, in nome del decostruttivismo o di un artistico design intento a catturare l'attenzione indistintamente di tutti, anche dei più disinteressati e distratti. Il risultato più apprezzabile è che gli autori, presi di mira dalle polemiche innestate dai media, diventano delle star internazionali, da cui il nome archistar.

Episodi trasversali, non nuovi, che da alcuni anni si intensificano molto di più che in passato, anche ad opera di coloro che architetti non sono, ma che realizzano con successo prestigiose architetture.Un fenomeno che si potrebbe estendere financo a Le Corbusier, ma che adesso vede coinvolti tanti artisti, con molti esempi ben riusciti, non ultime le opere dell' indiano Anish Kapoor proposte da Future Systems . Pochi giorni fa al MAXXI la stessa Zaha Hadid, che vive ed insegna a Londra, in una conferenza che preannunciava l'apertura del tanto atteso nuovo museo d'arte contemporanea da lei progettato, esibiva le sue sculture, esposte a Venezia, in mezzo ad una cascata di diapositive delle sue saturnine costruzioni. (Per il troppo freddo romano, riusciva a stento a commentarle, strabiliante esempio di disadattamento al surriscaldamento terrestre provocato dal buco nell’ozono...)

Forse sintomo del vituperato decorativismo barocco, le sculture di Zaha, che scenograficamente riecheggiano la serie cinematografica Alien, davano il contrasto necessario a rimarcare la diversità e il non dialogo in mezzo all'horror vacui delle sale rinascimentali dove erano esposte, paradossalmente solitarie come presenze marziane. Non è da meno Franco Purini, che, in una situazione totalmente diversa, in uno spazio "paleocristiano", con l’ambientazione di stile catacombale o Piranesiano (dalle vicine carceri) ci propone La Stanza Rossa.

Rossa di comunismo? Di sangue? O di tutte due le cose insieme? O forse di un colore a caso, come ad esempio un rosso pomodoro.

Scevro da contenuti ideologici, mi attengo all'ultima ipotesi. In un contesto angusto pregno di una buia finto-fatiscenza, Purini abbandona le sue tipiche, incolori, rigide forme, compiendo un salto acrobatico verso una formale e tortuosamente astratta istallazione Tatliana , animata da pareti e pilastri dalle superfici simili a quelle del locale, esprimendo con tale ruvidità un "crudismo" anni ‘'70.

Ricordate il latino "maccheronico"? non fatevi fuorviare dall’accenno al pomodoro. Era la lingua artificiosa e falsamente rustica di letterati rinascimentali in vena di grottesca ironia su se stessi. Parimenti questa forma di architettura, direi, è "maccheronica". Spettacolare era la teatralità del pubblico coinvolto in un’ assurda visita all'interno della struttura, che combatteva con la claustrofobia per saziare la bramosa curiosità scatenata dall'accorrere di una moltitudine degli invitati. Animati da cotanto richiamo, visi esterrefatti, corpi che si spintonavano o palpavano increduli verso l'ignoto, come in un girone Dantesco, e si stringevano ansiosi tra gli interstizi di quella finta costruzione, chiedendosi nervosamente l’un l’altro:"Ma che cos'è?"

Spiega Purini:
"Una coppia di pilastri viene traslata e ruotata secondo la direzione nord-sud, in modo da intercettare, attraverso gli assi cardinali, la dimensione cosmica. Attorno alla nuova struttura che viene a determinarsi è tracciata una figura a spirale, una sorta di uovo aperto, materializzato da una parete curva che arriva fino al soffitto. L’uovo è un simbolo dell’universo e nello stesso tempo l’emblema della massima finitezza formale.
La spirale dà vita a un piccolo vano che incastona i quattro pilastri - i due originali e i due riprodotti - costruendo un piccolo ambiente compresso, un cuore segreto, una sorta di architettura claustrofobica che concentra sul nucleo plastico che ne costituisce il centro il suo significato. Questo ambiente misterioso e straniante è dipinto di rosso.
E’ possibile entrare in esso o osservarlo dall’esterno tramite una serie di aperture. Pur se effimera, l’installazione dovrebbe proporsi come qualcosa che esprime i caratteri permanenti dello spazio di Volume!.
La Stanza Rossa è un luogo che rivela ciò che in Volume! esiste sempre come una presenza assente."

 

Giovanni Lauricella

e l'architettura maccheronica
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martedì, 14 ottobre 2008

Parcheggio del Pincio

Abitiamo una Metropoli o Metropolis?

Che a Roma manchino i parcheggi non è una novità, e nemmeno che non si sappia, o non si voglia sapere, quale sia il costo di tale disservizio, non solo in termini di disagio personale e di difficoltà da superare, ma anche in termini di multe, che ormai sono sempre più onerose e frequenti, pur non risultando ufficialmente nella categoria delle tasse, che ogni abitante è costretto costantemente a pagare come un obbligo a scadenza.

Una condizione disastrosa che grava sul cittadino di Roma, già oberato da un carovita e da un’ economia nazionale e locale poco florida, che non gli permette risorse cash fruibili per la vita quotidiana.

Gli organismi istituzionali dei cosiddetti "servizi pubblici" che dovrebbero essere preposti alla soluzione delle criticità in questa materia, incuranti della triste situazione che si è costretti a vivere in quanto romani, sembra che agiscano nella direzione contraria, aggiungendo problema a problema.

Una combinazione di interessi politici ed economici e di competenze tecnico-professionali, apparentemente necessaria e inattaccabile, mostra di avere come disegno ispiratore una blindatura della città ad uso e consumo di chi "può" (leggi: politici, amministratori, residenti del centro e potentati vari) a differenza di una massa di cittadini terzomondizzata e condannata all'uso dell'autobus o della metropolitana. In base ai miei ricordi di viaggio, non mi stupirebbe trovare in futuro passeggeri col materasso sulle spalle, che si spintonano sull'autobus come nelle città africane o sudamericane.

Dico questo perché, come ho già detto in maniera più approfondita in altri scritti precedenti, a noi romani manca la città moderna. Roma da sempre, ma soprattutto dal dopoguerra a oggi, è cresciuta sull'esistente, cioè su strutture che se non sono di sessanta anni fa sono di un tempo antico se non antichissimo. Una città così congestionata dalla mancanza di infrastrutture degne di una metropoli, con l'aggravante di una crescita inarrestabile del terziario concentrato proprio nel centro storico fa buon gioco a chi specula sopra ai servizi essenziali per un minimo funzionamento, in pratica con monopoli di servizi per gli utenti quali i mezzi pubblici o i parcheggi a pagamento di cui si sta facendo un gran parlare: Pincio sì? Pincio no? Conservare o sventrare?

Il progetto è veltroniano ma l’opposizione e la difesa sono trasversali: non farò nomi, chi legge i quotidiani li sa. Quello che è certo è che il sindaco Alemanno si è pronunciato per il no e sta esplorando altre soluzioni, come l’ampliamento del parcheggio del Galoppatoio. Vorrei anche ricordare che in molte città, Montecarlo è una, i garage sono ricavati non solo sottoterra, ma all’interno di palazzi condominiali.

Per parte mia prevedo che una soluzione, magari di compromesso, si finirà col trovare. Meglio, però, se fondata non su interessi di cordata, ma sul buon senso e realizzata in scienza e coscienza.

Bisognerebbe però, a fronte di tutto questo, dirimere in via preliminare alcune questioni che possono creare ambiguità. Le amministrazioni hanno di fatto bloccato Roma, in particolare il suo centro storico e non solo con la ZTL ma restringendo le sedi stradali in modo da creare arbitrarie canalizzazioni e drammatici imbuti. Penso che già vi sarà capitato di attendere dietro un taxi che sta facendo salire o scendere passeggeri, non cè spazio per superarlo ma forniamo qualche esempio: a Prati riduzione delle carreggiate e della possibilità di parcheggio, nonché sensi di marcia capziosi che mettono a disagio gli abitanti e ignari pellegrini che da tutto il mondo vengono per visitare S. Pietro ; piazza sant’ Apollinare ridotta a supporto per una carreggiata e altre ancora snaturate dalla loro forma originale; Porta Metronia dove l’ attraversamento delle mura Aureliane è stato ridotto, sulla destra venendo da Piazzale Numa Pompilio ad una sola arcata, il che rende difficile il rientro a casa dal centro degli abitanti di uno dei quartieri più affollati di Roma, piazza Colonna e tutte le altre attorno al parlamento dovrebbero essere considerate prima come monumenti e poi come sede politica non da come l'hanno attualmente ridotta ; ma sono tanti gli altri interventi fatti sulla viabilità che, se considerati tutti , darebbero luogo a una lettura noiosa... A compenso di tutto questo si concede un "obolo", un parcheggio al centro per smarcarsi da eventuali accuse di persecutori delle auto e di impositori del mezzo pubblico. Un blocco del cantiere toglierebbe l'unica azione a favore del mezzo privato che fa l'ATAC accentuando così il suo ruolo di appiedatore degli abitanti. Mi chiedo se riuscire a bloccare il parcheggio del Pincio sia una vera vittoria: infatti chi va a parcheggiare a Piazza del Popolo? Non certo gli impiegati e tutti coloro che si recano in centro nell’orario lavorativo.

Secondo me, parcheggio o no, questa è una buona occasione per dimostrare i danni che Roma sta subendo ad opera di tecnici mal preparati o, peggio ancora, coscienti di voler stravolgere una città storica in un impersonale suburbio facendo del centro storico un agglomerato urbano indistinguibile dalla periferia, con la conseguenza socio-psicologica di scoraggiare e deprimere i già depressi potenziali utenti del centro, che legittimamente vorrebbero goderne le bellezze, passeggiare, andare per locali, visitare mostre e fare shopping. Il centro rimerrebbe chiuso a tali piaceri borghesi, che sarebbero riservati ai pochi che godono dei permessi, a una minoranza di turisti in taxi ( altro business) e naturalmente ai manifestanti

Quando si parla di nuove costruzioni ci si chiede a che servono e a chi: una banale domanda che, per quanto riguarda Roma, ogni volta difficilmente trova una risposta univoca..

Insomma, da anni si conduce un'aggressione scomposta alla città. Chiunque si è trovato sorpreso dai molti sensi di marcia che cambiano repentinamente e che poi ritornano ad essere come erano prima, come se il traffico urbano fosse un gioco. Non ci si rende conto che le linee di autobus cambiano la destinazione d'uso di strade, che a loro volta causano il cambiamento di interi quartieri e quindi delle nostre abitudini.

A testimonianza di ciò restano in molte strade i vecchi segnali stradali sull'asfalto che a malapena vengono cancellati; lo stesso dicasi per le strisce dei parcheggi che danno l'illegalità alternata o discontinua di alcuni lati delle strade. La salita del Pincio è proprio una di quelle strade che possono essere citate come esempio: in questi ultimi anni valevano certi lati della salita ed erano a pettine, poi si è cambiato più volte sino a alla disposizione attuale.

Apro una parentesi per dire una cosa che nemmeno le associazioni a tutela del paesaggio architettonico e artistico dicono: sono belle da vedersi le tante piazze capolinea?

Perché Roma deve avere tutti questi capolinea nel centro storico? Possibile che per attraversare la città da un punto della periferia ad un altro opposto devi cambiare quattro o cinque autobus se non di più? Non vale la regola che in altri paesi le città si attraversano con un solo autobus? Ma tutto questo tempo chi ce lo paga? Vi sembra possibile abitare una città dove il tempo e il luogo è deciso da un ente padre padrone che, se non accetti i suoi dettami, ti fa perseguitare dai vigili?

Approfitto per aggiungere un'altro strano aspetto nella gestione del centro storico, ditemi a chi piace lo stuolo di furgoni e camioncini che scaricano vivande per la ristorazione o merci senza contare quelli perennemente in sosta per i numerosi mercatini ambulanti, un fenomeno dilagante che mette a grave rischio la credibilità delle amministrazioni che sembrano più intenzionate a far cassa con licenze di locali e permessi di occupazione del suolo pubblico che alla risoluzione del traffico.

Ancora più grave è poi la deculturalizzazione e l'imbruttimento pianificato della città tramite uno stravolgimento di quello che è l'aspetto più bello del centro storico, unico esempio al mondo di particolarissima scenografia teatrale del complesso abitativo, che ha tanto affascinato romani e stranieri, facendone la meta privilegiata del famoso Grand Tour. Un’ urbanizzazione stratificata ha fatto sì che l’urbe, invece di avere un tracciato urbano disegnato dalle strade avesse come punti nodali piazze e slarghi, con il risultato di creare una serie di sorprendenti spazi scenografici. Non una canalizzazione, quindi, come ce la propone adesso l'ATAC - apparato istituzionale attento ai suoi interessi di bottega, con potere quasi assoluto fatto di divieti, guardiani e multe, con stuoli di tecnici preposti- ma la città Caput Mundi in tutta la sua teatrale magnificenza e chiaroscurata bellezza. Merita un appunto l'ultimo intervento sulla pedonabilità di via del Corso, solo apparentemente innocuo, trattandosi dei marciapiedi davanti lo slargo di S. Carlo. Ma non è così. Il marciapiede corrisponde ad un rialzo che hanno gli edifici, un basamento architettonico e non ad un semplice percorso calpestabile. Se fate caso, proprio nel centro storico si facevano molto bassi o non si facevano del tutto per rispetto dell'impianto dell'edificio, mentre adesso si adottano misure da alto scalino e ringhiere o parapetti decorati da cartelloni pubblicitari in stile grandi magazzini, come nei percorsi delle fiere.

L'ATAC come gli uffici tecnici delle recenti amministrazioni non si rendono conto della gravi ripercussioni di certe soluzioni di viabilità: è come se in Francia chiudessero il Louvre o ne riducessero le sale a percorsi rettilinei perché colpevole di affluenza di troppo pubblico.

(Quello che pure non capisco è perché da un lato si lamenta il mancato incremento demografico con una richiesta di incentivare immigrazione e dall'alto si vieta l'uso dello spazio urbano per il traffico, che altro non è che la conseguenza del sovraffollamento, che, se vogliamo, rappresenta la sconfessione degli allarmi dei demografi. Ma questa è un’altra questione, che tratterò a parte).

 

Eppure un tempo vigeva il rispetto, anzi il culto dell’ Imago urbis . Esso era dettato da una profonda coscienza culturale collettiva (i realizzatori erano semplici maestranze ma ce l’avevano nel DNA) e non necessitavano leggi o divieti o piani regolatori, come abbiamo oggi.

L’immagine urbanistica perfetta di Roma (non ancora capitale d’Italia ma pur sempre Caput Mundi) era perfettamente nota e chiara a Giovan Battista Nolli, egregio studioso della Roma papale, che nel 1748 la fissava e consegnava ai posteri in una famosa pianta, che ne regolava il piano urbano. Potete andarvela a vedere nelle maggiori biblioteche romane.

E’ tale peculiarità che adesso, in nome di uno spauracchio chiamato traffico, si vuole distruggere. Qui si evidenzia un altro grave problema comunicativo fra gli organismi di governo e le associazioni che si occupano del patrimonio storico e architettonico della città perché strafalcioni del genere con gente più accorta non ci si arrischierebbe nemmeno a proporli, invece da noi si fanno.

Purtroppo Roma è stata poco capita non solo dagli architetti e tecnici nostrani ma anche da coloro che la vivono. Sostengo questa tesi perchè questioni come quella del Pincio aprono uno spaccato deludente sull'utenza della città, destinataria di questo scritto che spero generi dibattito.

Non si può capire come le più belle ed aristocratiche strade e piazze del mondo, con edifici che sono la culla dell'architettura per eccellenza, possano servire d’appoggio per baracchette e negozietti con fotocopie ritoccate a quadro e magliette indiane dei calciatori del Brazil o del Senegal. Che piazza Navona funga da rampa di lancio di ridicoli aerei giocattolo cinesi e di bolle di sapone che sgocciolano sui passanti vi sembra una prova di rispetto per un monumento o volontà di farne un parco giochi per bambini?

I venditori ambulanti sono davvero "necessari"? Sicuramente Veltroni, che ci insegnava che" i veri problemi sono altri " lo direbbe: avrebbe sicuramente ragione a minimizzare, ma quello che mi sembra strano è che anche adesso non esista un vigile che possa allontanarli. Solo così queste piazze ridiventerebbero i salotti per i visitatori più acculturati del mondo, eppure non si fa niente. Da come si muovono le istituzioni cittadine si direbbe che il danno da cui guardarsi sia proprio il contrario, cioè che la città si riempia di una élite sociale che ci obblighi a un miglioramento dei servizi turistici e culturali e ad un comportamento da parte nostra che non veda nel centro storico una qualunque Disneyland consumistica.

Quello che emerge in modo drammatico da questa disputa è il vuoto che emerge da parte di chi dovrebbe sapere quale è il volto della città di Roma, è stupefacente notare che la patria degli architetti per antonomasia vacilli ogni qual volta si trovi a giudicare una nuova costruzione. Tutto questo a fronte di numerose cattedre di università pubbliche o private e di un ordine professionale che ha solo nel nome il senso di quello che dovrebbe svolgere come missione.

Parcheggio o non parcheggio, è evidente l’ errore di mancata comunicazione commesso dalla precedente amministrazione; non si può far conoscere il progetto solo a chi ne può bloccare l'esecuzione, ma tutti gli interessati- i romani- meritavano qualche spiegazione in più, specie perché il nuovo garage sarebbe a ridosso del parcheggio di villa Borghese, che è il più grande del centro storico. Tengo a ricordare che da venti anni si fanno comunemente presentazioni animate di progetti: forse era il caso di farne anche più di una per coinvolgere la cittadinanza.

Questo silenzio getta un’ ombra inquietante sulla prassi in materia di opere pubbliche, spesso in mano a comitati di affari talmente esclusivi che rischiano di essere una lobby all'interno dello stato o delle amministrazioni locali.

Una piazza così bella come quella disegnata dal Valadier, sotto al belvedere di Roma, prestigiosa meta turistica, salotto della Roma bene, ecc. non meritava un concorso internazionale affinché prestigiosi architetti potessero darle un appropriato e decoroso assetto?

Invece la linea seguita sembra sia sempre la solita, che ha prevalso dal dopoguerra ad oggi, quella dell'edilizia appannaggio dei costruttori accreditati presso i centri del potere, quella sprezzantemente soprannominata dei "geometri", con tutto il rispetto per questa categoria che deve sopportare offese gratuite.

Purtroppo Roma è stata trattata dai suddetti costruttori come se fosse destinata ad essere una metropoli-suburbio, in base al concetto che la periferia di Marghera non deve essere differente da quella di un qualsiasi quartiere romano, e tutto ciò a fronte dell'incredibile monumentalità che esprime una città antica rispetto a quella costruita ex novo per un insediamento industriale.

A dispetto di chi la vuole diversa, Roma un volto c'è l'ha (l’ Imago Urbis) ed è quello che soddisfa chiunque passeggi nelle sue belle strade del centro.

(scenografia urbana che trattai nella mostra Theatrum Urbis, la città dello spettacolo tenutasi nel 2005 presso la Biblioteca Angelica).

Una facies precisa quanto nobile, che in maniera certosina certi abili sabotatori riescono ad umiliare.

Per questo nel titolo ho alluso al film Metropolis di Fritz Lang: con tutto il rispetto per il capolavoro, ricordate le sue atmosfere angosciose, che denunciavano a spersonalizzazione e l’alienazione della società moderna?

E’ questa la Metropoli che vogliamo?

O non è meglio Roma, quella vera?

 

Giovanni Lauricella

postato da: metaculture alle ore 09:36 | Permalink | commenti
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