martedì, 14 ottobre 2008

Picasso 1917 – 1937 . L’Arlecchino dell’arte".

Roma, Complesso del Vittoriano

dall’11 ottobre 2008 all’8 febbraio 2009.

 

Catalogo "Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte". a cura di Yves-Alain Bois.

 

 

Premessa.

Ci sono nomi che fanno la fortuna di chi li porta perché ce l'hanno in sé, nell’etimologia o nelle parole in cui si possono scomporre, come quello di Picasso, che suona intrigante, e pare così composto: Pic[colo] asso (o più propriamente, dallo spagnolo ‘picar’, che significa ‘pungere’, asso che punge o pungolo che fa fracasso)

 

Per una storia delle deriva culturale del ‘900

 

Pablo

Un fatto strano, degno di restare negli annali della critica moderna dell'arte, ma un caso ancora più strano se si pensa che Picasso rappresenta l'artista che, forse più di ogni altro, traghettò l'arte alla modernità e a una dimensione estetica che fa parte della Weltanschauung in cui noi tutti oggi viviamo: è ormai acquisito che l’opera d’arte non deve consolare, dilettare, istruire - come per secoli si è creduto secondo il pensiero classico- illuministico e idealistico- ma deve sconvolgere gli schemi, rivelare i disastri mentali, urtare il senso comune del bello, propagandare messaggi forti come un pugno nello stomaco, e soprattutto costare molto, troppo, anche per le tasche dei grandi borghesi, che comunque ne fanno incetta. Tutto ciò non esisteva prima di Picasso, spagnolo e comunista.

Un processo tutto ideologico sta alla costruzione di questo colosso dell’arte contemporanea, un personaggio che prima di tutto era carismatico. Basso di statura come Napoleone, napoleonico fu nella vita e nel percorso creativo: mentre, nelle sue "battaglie" devastò uno stuolo di donne incalcolabile, bidonandole con il suo successo professionale, distrusse meglio di ogni altro artista l'arte tradizionale, piegando a sé critici e galleristi. Sono molti gli episodi diventati celebri che testimoniano il suo atteggiamento sprezzante e altezzoso, che gli permise di ottenere successi allora impensabili nel mondo dell’arte, che è fatto, si sa, anche di rapporti e sottili calcoli economici e mercantili.

Primo fra tutti i suoi meriti, era il fatto che sapeva vendere bene le sue opere, ad un prezzo sempre più alto, che non si capiva bene se fosse una quotazione artistica autoattribuita o una specie di bluff, una provocazione voluta. Celeberrime rimarranno le anticamere che inflisse ai più prestigiosi collezionisti al mondo… E più provocava, più dileggiava, più alzava i prezzi, più vendeva e più era pittoresco, il giustamente comunista Picasso, le cui opere divennero il logo più amato dai movimenti pacifisti e terzomondismi. (Ricordate la colomba, simile nel disegno al noto dolce pasquale?)

Ma questo stile di autopromozione, benché di per sé rivoluzionario, ci spiega ben poco di quello che era il vero fenomeno Picasso: il fattore decisivo, tanto più importante quanto sottaciuto, è che si faceva forte della compagine culturale comunista, che specie nel secondo dopoguerra sparigliava le carte della cultura tradizionale di tutto il mondo occidentale stremato dalla guerra. Chi, come lui, ne assumeva il ruolo guida, incassava tutti i profitti che desiderava, sia in termini di prestigio che di danaro.

Ma non fu solo tenacia da parte di Picasso. Il fatto vero e più grave è che attraverso l'arte passava una esplicita corruzione da parte dell'alta finanza a beneficio del partito comunista internazionale, non a caso da un lato, quello ideologico, fautore imperterrito del "fronte del no" al capitalismo borghese e ben ricettivo dall'altro, quello dei soldini; ben coperto inoltre da influenti critici e storici d'arte in auge, incuranti di essere in evidente conflitto di interesse perché membri del medesimo partito. Una sorta di tattica ideologico-mafiosa da ascriversi alla guerra fredda, di cui si è cominciato a capire qualcosa quando vennero aperti gli archivi della CIA e, con sorpresa, si trovò scritto il nome di Andy Warhol fra i possibili assegnatari di cospicui finanziamenti. Invero fu un fenomeno di portata molto più ampia che tutti gli storici e critici d'arte ben sanno che non è proprio solo ed esclusivamente della Pop Art e dell'impero culturale USA; è un fenomeno di gran lunga più ideologico, manipolatorio e mendace di quell’altra ideologia apparentemente opposta, imperialistica, borghese o vaticana che ci impone un approfondito revisionismo storico per non far sembrare manipolatori e fuorvianti gli stessi nomi dati all'arte: astratta, pop, povera, concettuale, lands, trans, nomade ecc.

Picasso fu tutto questo, un toreador dello stile, un picaro della scalata mondana, uno skipper dell'arte che scelse di fare grandi traversate non perché rischiasse qualcosa, come fanno capire gran parte delle storiografie che lo mitizzano ad eroe, ma perché sapeva di avere il vento in poppa, e di essere al sicuro con le spalle ben coperte. Ricordiamoci, ad esempio, che nemmeno si arruolò né con i repubblicani spagnoli né dopo con i partigiani francesi, cosa molto originale rispetto ai comunisti di quei tempi che si sacrificarono, spesso dando la vita, impugnando le armi nei vari fronti di lotta.

"L'eroe di Guernica" (alludo al famoso quadro che denunciava una brutale rappresaglia nazista, un bombardamento aereo sui civili) si guardò bene dal fare un’ opera d'arte per l’occupazione sovietica dell' Ungheria del 1956 o di Praga del 1968. Eppure questi fatti storici scuoterono la coscienza civile di molti iscritti del partito in tutta Europa, che strapparono la tessera, e gettarono le basi di una nuova sinistra, meno legata al Kremlino, ma europea e liberal.

Ma Il miliardario Picasso, che ormai viveva in vari castelli francesi, non si impegnò e, precorrendo i comunisti ortodossi diventati filo arabi, non si scomodò nemmeno per l'olocausto con opere degne di memoria, sebbene la mole della sua produzione sia tale che ha dell'incredibile e forse qualcuna ci sfugge al momento.

Una perestroika ed una glasnost, simili a quelle realizzatesi con successo in politica, dovrebbero essere affrontate anche per l'arte, non per demolire o demonizzare chicchessia, cosa che non serve a nessuno, ma solo per avere una corretta visione storica e per dare un più equilibrato livello interpretativo ai fenomeni culturali di questo fine secolo che è alle nostre spalle e per ristabilire le verità necessarie su cui edificare l’arte del futuro.

Di questo "picador" dell'arte, l'ardua sentenza della manzoniana domanda napoleonica diventa ancora più difficile per le complicazioni da dirimere, l'impelagante domanda diventa < Fu tutta arte? Fu solo cultura?> Urge da tanto tempo la giusta risposta su Picasso e sui suoi esegeti e seguaci, perché viviamo un clima di approssimazione culturale che ormai da lungo tempo ci lascia perplessi sul futuro. Ne vale ad esempio la subalternità pagata agli artisti americani alimentata dagli "USAfobici" nostrani, che tifano per gli integralisti islamici e poi gestiscono l'esclusiva culturale dell'import Made in USA in Italia, seppur celato dal fatto che sono i paladini contro la destra repubblicana.. Un bene per tutti noi, ma soprattutto per quei cosiddetti intellettuali, che nel nostro bel paese fanno sempre più fatica a posizionarsi rispetto agli accadimenti, teste pensanti che subiscono gli eventi volta per volta, non ultimo i risvolti culturali della crisi economica che stiamo tutti attraversando e che è piena di messaggi gravi per tutti meno che per loro, che invece si presentano abitualmente ai dibattiti con la spocchia di essere più lungimiranti di tutti gli altri. Stando al loro assordante silenzio, si direbbe che ancora la crisi debba cominciare, ma è certo che, quando si esprimeranno in merito, diranno che "loro lo dicevano da un bel pezzo".

E come al solito tutti i media e gli apparati culturali daranno loro ragione.

Una mostra acritica come questa rischia di essere anacronistica per il fardello di problematiche culturali che non solleva, e quindi non risolve; anzi, possiamo dire che l’intera operazione si lascia schiacciare con disinvoltura da un simile peso, mentre noi, che dovremmo esserne i beneficiari, restiamo appiattiti in questa maleodorante poltiglia sottoculturale.

Come atteggiamento mentale, oltre tutto, quello dei promotori e operatori è poco consono alle esigenze attuali, perché l’allestimento e l'organizzazione come sempre è dovuto a un finanziamento pubblico, spesso celato sotto l'elusione fiscale delle sponsorizzazioni, che oggi ha grosse difficoltà a soddisfare molti settori -vitali per la sopravvivenza di questo paese- e che invece viene investito con troppa generosità in manifestazioni che poco aggiungono a quanto prodotto dalla carente e decadente fase culturale che attraversiamo.

Conclusione 

 

(che spiega la premessa): non sempre un Picasso (Pic[colo] asso ) nella manica risulta decisivo per vincere la partita…
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mercoledì, 13 agosto 2008

"A Mosca! A Mosca!" Ovvero: l’eterno gulag di Alexandr Solzenicyn

Solzenicyn è morto sommessamente in questo caldo inizio di agosto, scatenando la prevedibile sequenza delle commemorazioni: grande scrittore e massimo esponente di quel dissenso russo su cui apparentemente la critica militante si era allineata, forse obtorto collo, all’ammirazione della cultura più tradizionalmente anticomunista e liberale, anzi liberal.

L’opera che lo fece conoscere in patria e lo rese famoso in Occidente fu "Una giornata di Ivan Denisovic", un breve e perfetto racconto di prigionia, che commosse Kruscev, al punto che non volle censurarlo, nello spirito del disgelo da lui promosso in URSS.

Grazie a questo statista, che del disgelo fu poi vittima, entrava nel nostro dibattito politico e nel lessico della letteratura universale una nuova parola: gulag. Essa designa il campo di lavoro coatto cui erano condannati dissidenti politici e malavitosi comuni, collocato di norma in Siberia e dintorni, spesso al di sopra del Circolo polare artico, erede perfezionato -e molto più affollato- delle prigioni zariste, ma soprattutto, parente prossimo del lager hitleriano. Fu la culla di una letteratura di altissimo valore morale prima ancora che politico, di cui Alexandr Solzenicyn fu e resta il più popolare esponente.

Una popolarità che gli valse nel 1970 il premio Nobel per la letteratura. Dopo il grande ciclo polifonico intitolato "La ruota rossa", a metà degli anni '70 scrive "Arcipelago Gulag", un’ opera colossale che aveva potuto portare a termine in 11 anni di lavoro grazie all'aiuto di compagni di prigionia e amici, e che ha causato la sua espulsione dall'URSS. Raccoglieva infatti dati, racconti e documenti mai così dettagliati fino a quel momento sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana, squarciando il velo di omertà e connivenza con cui l’intellighenzia occidentale velava il paradiso sovietico.

Il dissenso russo divise il campo della cultura, perché a fronte dell’innegabilmente alta qualità della scrittura, c’era lo scandalo di un contenuto dirompente.

Solzenicyn, fino al 1991 coccolato dagli intellettuali occidentali, è stato dopo il crollo dell'URSS quasi dimenticato in Occidente, e per una serie di motivi che mettono in luce l'ipocrisia degli intellettuali "demo-progressisti" nostrani.

Nel mondo del dopo-Guerra Fredda infatti non è più "politicamente corretto" il suo patriottismo russo, ortodosso, ottocentesco, il suo rifiuto tolstojano del progresso e del lifestyle occidentale: una Weltanschauung prettamente slava, ben lontana dai pagliacceschi eccessi di uno Zhirinovsky; lo prova la sua mai sopita critica ad un Occidente materialista e inaridito dalla tecnologia conosciuto durante i lunghi anni di esilio. Significativo anche il suo riferimento, nell'opera "Duecento anni insieme" (dedicata ai rapporti fra russi ed ebrei), alla massiccia partecipazione ebraica alla rivoluzione del 1917 e all'organizzazione del terrore degli anni '20 e '30.

Un grande scrittore, la cui prosa potente e fluviale e l’impianto grandioso (pensiamo a "Il primo cerchio" ) ricorda molto quella di Tolstoj, ma anche un grande e scomodo personaggio: come ho detto, fu osannato, ma al contempo avversato dagli stessi che gli hanno riconosciuto l'importante ruolo di contrapposizione intellettuale ad un regime che non ammetteva nemmeno biasimi o perplessità. Solzencyn faceva tutto questo per sincerità e schiettezza, per genuinità e profondo senso morale; non seguiva ad esempio alchimie politiche, alleanze e schieramenti e tatticismi tipici del politically correct. Una vita difficile, la sua, segnata da una tragica solitudine, come se per lui la prigionia non finisse mai, e l’esilio fosse una condanna esistenziale; Solzenicyn, nel grande gioco della politica globale, era in una sorta di continuo "fuori gioco" perché non accettava gli schemi dati da un pensiero totalizzante che in tutto il mondo pretende di dettare le leggi dello sviluppo economico e le vicende della politica. Fuori gioco, ricordiamolo, era stato quando si è schierato contro l'intervento Nato in Serbia, sbalordendo tutti perché si sentiva e si dichiarava patriota slavo. . . .Non a caso oggi riprendono le manipolazioni, necessarie affinché la celebrazione della morte non diventi ulteriore momento chiarificatore delle problematiche da lui sollevate.

Così, come in un repertorio già visto e sentito, si parla di nuovo dell'anti-stalinismo, parola magica che fa ricadere le problematiche del sistema sovietico ad un breve periodo ed ad un solo personaggio.

I gulag – è ora di riconoscerlo-non sono stati una disfunzione dello stalinismo, ma sono stati lo strumento di governo della Russia comunista dalla rivoluzione in poi per tutto, dico tutto, l'arco di tempo del comunismo sovietico, e forse, con forme simili ereditate da esso, anche negli anni successivi sino ad oggi, quando si parla di Russia Zarista.

Problematiche che affrontò solo Solzenicyn -nella letteratura e nelle sue prese di posizione pubbliche- e che, in pratica, a lui solo sono rimaste:un dramma culturale non da poco, che la dice lunga sul futuro sviluppo del pensiero libero.

Quanti amici poteva incontrare in Occidente l’autore di "Duecento anni insieme"?. Sappiamo bene che chi critica gli ebrei "da destra" passa per uno in odore di nazismo, mentre la critica agli ebrei, anche pesante, è consentita solo a chi li critica "da sinistra" ( fino a paragonarli ai nazisti per il loro comportamento nei confronti dei palestinesi). Ma ditemi voi se chi scrive un libro con accuse pesantissime di connivenza agli ebrei sovietici, come ha fatto Solzenicyn, che cosa rischia.

Alexander Solzenicyn , di fatto, ha scontato un altro gulag, quello senza recinti ed aguzzini torturatori, quel "gulag" astuto e perverso della manipolazione latente che fa di ogni cosa del mondo, così detto libero, un prodotto del pensiero unico.

Una problematica anch'essa, ovviamente, manipolata, al punto che ormai non si capisce più bene chi è il responsabile e chi la vittima di tale "epidramma".

Un dibattito mancato, al punto che oggi, dopo tanti accadimenti e dopo tanta attenzione data alla Russia, non capiamo la continuità di certi "atteggiamenti" che infatti non sono cambiati: lo zar Putin muove le truppe contro i ribelli georgiani con una determinazione figlia di quella politica estrema che poteva concepire i gulag a sostegno di uno stato.

Allarmiamoci ma rendiamoci conto, allo stesso momento, che tali avvenimenti sono la conseguenza di una politica internezionale che soprassiede su molto (e non parliamo di quella nostrana che soprassiede addirittura su troppo) sino a snaturarsi del tutto.

Riflessioni che ci mancano e che ci mancheranno, come se fossimo in presenza di intellettuali facenti parte di una "cupola" che fa, dei drammi che sono accaduti e che accadranno, il teatrino delle loro invettive.

Con tutto ciò, Solzenicyn resta uno scrittore da leggere e rileggere, perché ha ancora tanto da dire e perché il suo messaggio ci è stato nascosto da un’intellighenzia volpona, carrierista e sagace di poltrone e cattedre culturali, capace, pur di conservare l’egemonia, di appropriarsi tutte le cause e tutti i valori, dall’etica, alla religione, al liberalismo, all’ambientalismo, fino all’ipocrisia finale della "Repubblica", che ha affidato la commemorazione a... voi pensereste Vittorio Strada? Armando Torno? Pietro Citati?Claudio Magris? No, Adriano Sofri. (Come se alla morte di Metternich, l’elogio funebre fosse stato affidato a Giuseppe Mazzini...)

E bisogna dire che Sofri se l’è cavata bene, forse solo Enzo Biagi, se fosse stato ancora vivo, sarebbe riuscito ad essere più commovente, peccato solo che Sofri abbia parlato come se la lotta armata da lui fomentata in un’Italia che aveva il Partito comunista più numeroso d’Europa non avesse avuto lo scopo di importare da noi il sistema sovietico. Evidentemente i brigatisti combattevano per darci la libertà...

Così svuotato e ridotto al nulla storico, nonostante il peso ingombrante (di storia e memoria) che per forza di cose paradossalmente rappresenta, e dopo il tantissimo che si è scritto e detto su di lui, più fredda della neve sul gulag siberiano scende su Solzenicyn la lode ipocrita e la rapida dimenticanza. E corriamo il rischio che, come quel personaggio di Manzoni che cincischiava su Carneade, qualcuno, magari alla prossima maturità liceale, dica di Alexandr Solzenicyn: "Chi era costui?"

Il miglior commento di uno scrittore restano sempre le sue stesse parole, perciò voglio concludere con gli ultimi capoversi della "Giornata di Ivan Denisovic", il capolavoro che lo rivelò al mondo, dove, pur senza nominare Dio, dimostra il suo stoicismo cristiano:

Mentre stava pigliando sonno, Šuchov si sentiva del tutto soddisfatto. La giornata era stata parecchio fortunata: non l’avevano messo in cella di punizione, la squadra non era stata mandata a lavorare al "villaggio socialista", aveva tubato una scodella di cascia d’avena a pranzo, il caposquadra aveva "chiuso la percentuale" bene, il lavoro di muratura era stato per lui un piacere, non gli avevano trovato addosso il pezzo di sega, aveva guadagnato qualcosa da Tsezar, la sera, e aveva comperato del tabacco. E non si era ammalato, aveva resistito.

Era trascorsa una giornata non offuscata quasi da nulla, una giornata quasi felice.

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella,

Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

Giovanni Lauricella

 

Bibliografia

 

Un giorno nella vita di Ivan Denisovič (1963)

La casa di Matrjona

Padiglione cancro (1967)

Il primo cerchio (1969)

Reparto C (1969)

Una candela al vento (1970)

Agosto 1914 (1971)

Lettera al patriarca di tutta la Russia

Arcipelago Gulag (1973-1978)

Lettera ai leaders sovietici (1974)

Vivere senza menzogna (1974)

La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria (1975)

Discorsi americani (1976)

Lenin a Zurigo (1976)

Tutto il teatro (1976)

Ricostruire l'uomo : scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente

Novembre 1916 (1984)

Marzo 1917 (1986)

Aprile 1917

Tre storie (1986)

Come ricostruire la nostra Russia? (1990)

La questione russa alla fine del secolo 20° (1995)

Ego (1995)

Il mestiere dello scrittore: "Tra autoritarismo e sfruttamento"

Duecento anni insieme, vol. 1 "Ebrei e russi prima della rivoluzione" (2003)

Miniature (2006)

Duecento anni insieme, vol. 2 "Ebrei e russi durante il periodo sovietico"

 

G. L.


 

(2007)
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