venerdì, 08 maggio 2009

 

Sala Igea di Palazzo Mattei in piazza Paganica di Roma.

Per gli 80 anni di Agnes Heller (nota esponente della "Scuola di Budapest", dove è nata nel 1929) tre dipartimenti italiani di filosofia e scienze umane (Roma Sapienza, Roma Tre, Università di Messina) le hanno organizzato un convegno alla Sala Igea di Palazzo Mattei in piazza Paganica di Roma.

Uno degli argomenti in esso trattati è la filosofia come genere letterario.

La Heller a questo proposto rileva che, come una narrazione, la filosofia cerca anch'essa di descrivere il mondo che abbiamo intorno, cerca di farcelo capire interpretandolo, dunque, fa un racconto di esso, un' ermeneutica spesso non provata.

Circa la comprensione del presente (pur rimanendo fedele alla cognizione di certezza del presente che le è stata trasmessa da Lukács) la Heller si è ben presto accorta che le previsioni marxiste come la globalizzazione, la crisi di accumulazione del capitale, ecc. si sono rivelate vere, mentre per tutto il resto, quando Marx parla delle forme future di società, dice delle sciocchezze; di conseguenza la sua è una riflessione segnata dalla profonda diffidenza verso ogni forma di assunto dogmatico.

Così, da pensatrice della teoria dei bisogni ,ritrova ad essere contro la dittatura dei bisogni, chiara espressione dei regimi totalitari. La filosofa difende il ruolo demitizzante della filosofia, e contrappone all'ambiguità immaginosa della mitologia l’univocità dell’argomentazione razionale a sostenere l'ipotesi di un' utopia razionale, un'utopia con dei limiti.
Una società totalmente giusta non è affatto auspicabile, perché nessuno potrebbe più dire "questo è ingiusto", e dunque essa non sarebbe più dialettica, dinamica, pluralista, non sarebbe tale quella libera dal dominio di un uomo su un altro uomo. In tal caso avremmo un repentino cambio antropologico, che avverrebbe però senza un cambiamento evidente della natura dell'uomo, così com'è stata sognata da Kant e dallo stesso Marx. Heller parte dall'idea che ci sarà un tempo in cui l'uomo empirico e la specie umana verranno finalmente «riuniti», un tempo in cui ogni singola persona diventerà assolutamente buona e, dimenticando ogni elemento individualistico e particolaristico, finirà con l'assomigliare a Cristo. Da parte mia dubito innanzitutto che sia una prospettiva vivibile e desiderabile; se in tutta la storia del genere umano l'essenza umana è rimasta così com'è, perché dovrebbe improvvisamente cambiare durante la nostra particolare contingenza storica? Qual è il nostro privilegio? Chi e come ce lo avrebbe concesso?Ogni messia è un falso messia, che chiude l’orizzonte delle possibilità future. Vedi "Oltre la giustizia" (il Mulino, 1990), Così dai bisogni e valori. e dalla filosofia della Storia, la teoria dei Sentimentie la teoria della Morale, passa alla discussione sulle contemporanee teorie di giustizia; dall’interpretazione della posizione sociale e morale dell’individuo nel mondo post-moderno, alla teoria del bello artisticoe in particolar modo letterario (Shakespeare).
ricerca che verte intorno a un nucleo fondamentale: la ricchezza dell’uomo, del suo sentire, del suo produrre e soprattutto del suo agire politico e morale, delle sue modalità e condizioni di perfezionamento, verso l’incarnazione utopica contemporanea di quell’ideale di uomo ricco in bisogni, produttore di bellezza artistica, bontà pratica e giustizia politica (…) Per principio, ogni filosofia è radicale. Lo è perché opponendosi al pensiero ordinario, ci indica che quanto crediamo vero non lo è affatto, e ciò che riteniamo giusto è solo un’opinione" (A. Heller. La filosofia radicale, Il Saggiatore, 1979),

Qui viviamo, qui moriremo

...abbandonare ogni finalismo e riscrivere una filosofia che inizi da noi stessi dalle forme della vita quotidiana.

In quest'ottica che rigetta ogni rigidità ideologica, la Heller giunge a formulare la sua ben nota utopia razionale, attuabile a patto di accettare la modernità: Non penso affatto che l’esistente sia indispensabile così com’è, ma riconosco che alcune cose sono necessarie: il libero mercato, la libertà di creare istituzioni politiche e l’accumulo di conoscenza scientifica e tecnologica.

In conclusione mi sembra di poter dire che ogni riflessione lucida e matura sui dogmi del materialismo storico non possa che condurre a un sano scetticismo (nel senso filosofico) e alla responsabilizzazione individuale.

Per quanto riguarda l'incontro che ha visto la partecipazione della stessa Heller, festeggiata con tanto di torta e applausi, la partecipazione è stata deludente per numero di spettatori, tra gli unici interessati c'erano personaggi come Marramao che manifestavano dissenso ad ogni cosa che diceva la Heller o verso chi ne ripeteva le idee. Una sala quasi vuota che a fronte di tutto quello che si è detto prima lascia da pensare....filosoficamente.


Giovanni Lauricella

postato da: metaculture alle ore 11:28 | Permalink | commenti
categoria:filosofia, cultura povera metacultura
martedì, 14 ottobre 2008

Picasso 1917 – 1937 . L’Arlecchino dell’arte".

Roma, Complesso del Vittoriano

dall’11 ottobre 2008 all’8 febbraio 2009.

 

Catalogo "Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte". a cura di Yves-Alain Bois.

 

 

Premessa.

Ci sono nomi che fanno la fortuna di chi li porta perché ce l'hanno in sé, nell’etimologia o nelle parole in cui si possono scomporre, come quello di Picasso, che suona intrigante, e pare così composto: Pic[colo] asso (o più propriamente, dallo spagnolo ‘picar’, che significa ‘pungere’, asso che punge o pungolo che fa fracasso)

 

Per una storia delle deriva culturale del ‘900

 

Pablo

Un fatto strano, degno di restare negli annali della critica moderna dell'arte, ma un caso ancora più strano se si pensa che Picasso rappresenta l'artista che, forse più di ogni altro, traghettò l'arte alla modernità e a una dimensione estetica che fa parte della Weltanschauung in cui noi tutti oggi viviamo: è ormai acquisito che l’opera d’arte non deve consolare, dilettare, istruire - come per secoli si è creduto secondo il pensiero classico- illuministico e idealistico- ma deve sconvolgere gli schemi, rivelare i disastri mentali, urtare il senso comune del bello, propagandare messaggi forti come un pugno nello stomaco, e soprattutto costare molto, troppo, anche per le tasche dei grandi borghesi, che comunque ne fanno incetta. Tutto ciò non esisteva prima di Picasso, spagnolo e comunista.

Un processo tutto ideologico sta alla costruzione di questo colosso dell’arte contemporanea, un personaggio che prima di tutto era carismatico. Basso di statura come Napoleone, napoleonico fu nella vita e nel percorso creativo: mentre, nelle sue "battaglie" devastò uno stuolo di donne incalcolabile, bidonandole con il suo successo professionale, distrusse meglio di ogni altro artista l'arte tradizionale, piegando a sé critici e galleristi. Sono molti gli episodi diventati celebri che testimoniano il suo atteggiamento sprezzante e altezzoso, che gli permise di ottenere successi allora impensabili nel mondo dell’arte, che è fatto, si sa, anche di rapporti e sottili calcoli economici e mercantili.

Primo fra tutti i suoi meriti, era il fatto che sapeva vendere bene le sue opere, ad un prezzo sempre più alto, che non si capiva bene se fosse una quotazione artistica autoattribuita o una specie di bluff, una provocazione voluta. Celeberrime rimarranno le anticamere che inflisse ai più prestigiosi collezionisti al mondo… E più provocava, più dileggiava, più alzava i prezzi, più vendeva e più era pittoresco, il giustamente comunista Picasso, le cui opere divennero il logo più amato dai movimenti pacifisti e terzomondismi. (Ricordate la colomba, simile nel disegno al noto dolce pasquale?)

Ma questo stile di autopromozione, benché di per sé rivoluzionario, ci spiega ben poco di quello che era il vero fenomeno Picasso: il fattore decisivo, tanto più importante quanto sottaciuto, è che si faceva forte della compagine culturale comunista, che specie nel secondo dopoguerra sparigliava le carte della cultura tradizionale di tutto il mondo occidentale stremato dalla guerra. Chi, come lui, ne assumeva il ruolo guida, incassava tutti i profitti che desiderava, sia in termini di prestigio che di danaro.

Ma non fu solo tenacia da parte di Picasso. Il fatto vero e più grave è che attraverso l'arte passava una esplicita corruzione da parte dell'alta finanza a beneficio del partito comunista internazionale, non a caso da un lato, quello ideologico, fautore imperterrito del "fronte del no" al capitalismo borghese e ben ricettivo dall'altro, quello dei soldini; ben coperto inoltre da influenti critici e storici d'arte in auge, incuranti di essere in evidente conflitto di interesse perché membri del medesimo partito. Una sorta di tattica ideologico-mafiosa da ascriversi alla guerra fredda, di cui si è cominciato a capire qualcosa quando vennero aperti gli archivi della CIA e, con sorpresa, si trovò scritto il nome di Andy Warhol fra i possibili assegnatari di cospicui finanziamenti. Invero fu un fenomeno di portata molto più ampia che tutti gli storici e critici d'arte ben sanno che non è proprio solo ed esclusivamente della Pop Art e dell'impero culturale USA; è un fenomeno di gran lunga più ideologico, manipolatorio e mendace di quell’altra ideologia apparentemente opposta, imperialistica, borghese o vaticana che ci impone un approfondito revisionismo storico per non far sembrare manipolatori e fuorvianti gli stessi nomi dati all'arte: astratta, pop, povera, concettuale, lands, trans, nomade ecc.

Picasso fu tutto questo, un toreador dello stile, un picaro della scalata mondana, uno skipper dell'arte che scelse di fare grandi traversate non perché rischiasse qualcosa, come fanno capire gran parte delle storiografie che lo mitizzano ad eroe, ma perché sapeva di avere il vento in poppa, e di essere al sicuro con le spalle ben coperte. Ricordiamoci, ad esempio, che nemmeno si arruolò né con i repubblicani spagnoli né dopo con i partigiani francesi, cosa molto originale rispetto ai comunisti di quei tempi che si sacrificarono, spesso dando la vita, impugnando le armi nei vari fronti di lotta.

"L'eroe di Guernica" (alludo al famoso quadro che denunciava una brutale rappresaglia nazista, un bombardamento aereo sui civili) si guardò bene dal fare un’ opera d'arte per l’occupazione sovietica dell' Ungheria del 1956 o di Praga del 1968. Eppure questi fatti storici scuoterono la coscienza civile di molti iscritti del partito in tutta Europa, che strapparono la tessera, e gettarono le basi di una nuova sinistra, meno legata al Kremlino, ma europea e liberal.

Ma Il miliardario Picasso, che ormai viveva in vari castelli francesi, non si impegnò e, precorrendo i comunisti ortodossi diventati filo arabi, non si scomodò nemmeno per l'olocausto con opere degne di memoria, sebbene la mole della sua produzione sia tale che ha dell'incredibile e forse qualcuna ci sfugge al momento.

Una perestroika ed una glasnost, simili a quelle realizzatesi con successo in politica, dovrebbero essere affrontate anche per l'arte, non per demolire o demonizzare chicchessia, cosa che non serve a nessuno, ma solo per avere una corretta visione storica e per dare un più equilibrato livello interpretativo ai fenomeni culturali di questo fine secolo che è alle nostre spalle e per ristabilire le verità necessarie su cui edificare l’arte del futuro.

Di questo "picador" dell'arte, l'ardua sentenza della manzoniana domanda napoleonica diventa ancora più difficile per le complicazioni da dirimere, l'impelagante domanda diventa < Fu tutta arte? Fu solo cultura?> Urge da tanto tempo la giusta risposta su Picasso e sui suoi esegeti e seguaci, perché viviamo un clima di approssimazione culturale che ormai da lungo tempo ci lascia perplessi sul futuro. Ne vale ad esempio la subalternità pagata agli artisti americani alimentata dagli "USAfobici" nostrani, che tifano per gli integralisti islamici e poi gestiscono l'esclusiva culturale dell'import Made in USA in Italia, seppur celato dal fatto che sono i paladini contro la destra repubblicana.. Un bene per tutti noi, ma soprattutto per quei cosiddetti intellettuali, che nel nostro bel paese fanno sempre più fatica a posizionarsi rispetto agli accadimenti, teste pensanti che subiscono gli eventi volta per volta, non ultimo i risvolti culturali della crisi economica che stiamo tutti attraversando e che è piena di messaggi gravi per tutti meno che per loro, che invece si presentano abitualmente ai dibattiti con la spocchia di essere più lungimiranti di tutti gli altri. Stando al loro assordante silenzio, si direbbe che ancora la crisi debba cominciare, ma è certo che, quando si esprimeranno in merito, diranno che "loro lo dicevano da un bel pezzo".

E come al solito tutti i media e gli apparati culturali daranno loro ragione.

Una mostra acritica come questa rischia di essere anacronistica per il fardello di problematiche culturali che non solleva, e quindi non risolve; anzi, possiamo dire che l’intera operazione si lascia schiacciare con disinvoltura da un simile peso, mentre noi, che dovremmo esserne i beneficiari, restiamo appiattiti in questa maleodorante poltiglia sottoculturale.

Come atteggiamento mentale, oltre tutto, quello dei promotori e operatori è poco consono alle esigenze attuali, perché l’allestimento e l'organizzazione come sempre è dovuto a un finanziamento pubblico, spesso celato sotto l'elusione fiscale delle sponsorizzazioni, che oggi ha grosse difficoltà a soddisfare molti settori -vitali per la sopravvivenza di questo paese- e che invece viene investito con troppa generosità in manifestazioni che poco aggiungono a quanto prodotto dalla carente e decadente fase culturale che attraversiamo.

Conclusione 

 

(che spiega la premessa): non sempre un Picasso (Pic[colo] asso ) nella manica risulta decisivo per vincere la partita…
postato da: metaculture alle ore 09:48 | Permalink | commenti (1)
categoria:arte, , picasso, glasnost, cultura povera metacultura, perestroika
martedì, 14 ottobre 2008

Jean-Michel Basquiat - Fantasmi da scacciare

FONDAZIONE MEMMO - PALAZZO RUSPOLI

Roma fino al primo febbraio 2009

Morì a 27 anni per overdose di eroina, Jean-Michel Basquiat, che sicuramente aveva fantasmi da scacciare, forse quelli esposti a Palazzo Ruspoli.
Incubi adolescenziali fatti di corpi scheletrici, figure nere, auto, aerei, grattacieli, poliziotti, giochi bambineschi, disegni animati e comics, e poi graffiti, saturati di simboli come © o la corona: "graffitismo", dunque, incentrato su una visione infantile del corpo umano, "scenico o recitante". Jean-Michel Basquiat è senza dubbio uno tra i più attuali fenomeni di successo per le dinamiche emblematiche di una "economia dell'arte", fondata su artificiosi traguardi finanziari, che lo sostengono.

Straordinari sono stati i giorni che ha vissuto questo ragazzo, destinato a fare tutto quello che altri ragazzi della sua stessa età fanno sovente, ma restando nell' ombra di una società che li ignora totalmente.

Vita sregolata, droga, party, sesso: niente di nuovo o di strano. Quante volte abbiamo sentito cose del genere e quante volte le abbiamo ascoltate con noia. Sono le solite storie che leggiamo nei libri di successo, o che vediamo al cinema.

Questa solita storia è diventata per Basquiat un mito perché quello che gli è capitato è stato sempre descritto con un’ enfasi tale che, se le altre migliaia di giovani che si sono drogati lo hanno fatto -punto e basta- lui, Basquiat, lo <ha fatto!>

Ciò viene detto dai critici come se avesse preso una medaglia d'oro al valore per un merito speciale tutto suo, di cui gli altri non sono capaci. Tutti dicono delle cose stupefacenti su di lui, che ti fanno appassionare persino alle sue tragedie familiari; <era un gran talento> si dice, perché sapeva disegnare le cose in maniera tale che sembrassero disegnate male, come in un primordiale graffito, e si giustifica il suo stile come una radice culturale di questa società decadente. Nelle biografie pubblicate nelle più prestigiose riviste o libri d'arte tutti accusano la società americana e il suo sistema dell'arte di essere stato verso di lui "razzista"; forse lo volevano in auge a sette otto anni di età, o magari anche prima, quando stava in carrozzina, ma ditemi chi, appena ventenne, è già all'apice del successo. Sì, è vero, ha incontrato Andy Warhol. Era lui che lo incitava in questa triste e distruttiva rappresentazione dell'arte fatta come i "decori" delle peggiori toilette dei locali di periferia. Sappiamo tutti che, quando ti benedice il Papa, vai in paradiso, e così pure che, se il personaggio più influente dell'arte ti dice "bello" tutto si trasforma in oro anche quello che fai al gabinetto. Forse era già predestinato quando prima di incontrarlo firmava con l’acronimo di SAMO "SAMe Old Shit" (letteralmente la solita vecchia merda). Le sue opere valevano già tanto quando era in vita e adesso valgono tantissimo, troppo.

Esagero a dirlo? So di non essere allineato con gli altri che scrivono d'arte, ma sono altrettanto certo che le medesime persone conoscono bene queste dinamiche, perché ne personificano i ruoli vivendoli in prima persona. Sembra strano, ma la disuguaglianza nel metodo valutativo dell'arte è tale che rende tutti i critici e storici dell'arte, paradossalmente, più uguali l'uno all'altro (e non vi dico i giornalisti). Si alimentano sconsideratamente "successi internazionali" su artisti che valgono tanto quanto altri, o forse anche meno; per me Basquiat è un simpatico ed interessante artista come ce ne sono tantissimi altri. E basta con questa mitologia del "graffito metropolitano" che è un graffito proprio come è stato definito, e nulla altro. Altrettanto dicasi per il suo amico ed ex- socio Keith Haring il cui segno, paragonato ad un fenomeno graficamente simile come la "linea" di Osvaldo Cavandoli, sarebbe sicuramente da ridimensionare....se non fosse che costa molto di più!

Jean-Michel Basquiat

Un mercato dell'arte così gonfiato evidentemente è figlio di quelle borse (occidentali e non solo)

che adesso si trovano a fare i conti con buchi finanziari grandi quanto enormi voragini che rischiano di inghiottire tutti noi.

Questa grande paura, sì, è il vero fantasma da scacciare.

E viene da pensare anche al declino dell’impero americano, tema caro ai politologi: non si può non vedere che esso è stato alimentato e profetizzato da artisti e intellettuali di punta fin da prima della seconda guerra mondiale: da Hemingway a Miller a Mailer, e via via discendendo fino a Spike Lee che, misurandosi come regista con la nostra resistenza, "perde la bussola al cospetto della Storia" (così Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera di venerdì 3 ottobre).

Una decadenza che assomiglia a un costoso suicidio!

postato da: metaculture alle ore 09:44 | Permalink | commenti
categoria:cultura povera metacultura
mercoledì, 13 agosto 2008

"A Mosca! A Mosca!" Ovvero: l’eterno gulag di Alexandr Solzenicyn

Solzenicyn è morto sommessamente in questo caldo inizio di agosto, scatenando la prevedibile sequenza delle commemorazioni: grande scrittore e massimo esponente di quel dissenso russo su cui apparentemente la critica militante si era allineata, forse obtorto collo, all’ammirazione della cultura più tradizionalmente anticomunista e liberale, anzi liberal.

L’opera che lo fece conoscere in patria e lo rese famoso in Occidente fu "Una giornata di Ivan Denisovic", un breve e perfetto racconto di prigionia, che commosse Kruscev, al punto che non volle censurarlo, nello spirito del disgelo da lui promosso in URSS.

Grazie a questo statista, che del disgelo fu poi vittima, entrava nel nostro dibattito politico e nel lessico della letteratura universale una nuova parola: gulag. Essa designa il campo di lavoro coatto cui erano condannati dissidenti politici e malavitosi comuni, collocato di norma in Siberia e dintorni, spesso al di sopra del Circolo polare artico, erede perfezionato -e molto più affollato- delle prigioni zariste, ma soprattutto, parente prossimo del lager hitleriano. Fu la culla di una letteratura di altissimo valore morale prima ancora che politico, di cui Alexandr Solzenicyn fu e resta il più popolare esponente.

Una popolarità che gli valse nel 1970 il premio Nobel per la letteratura. Dopo il grande ciclo polifonico intitolato "La ruota rossa", a metà degli anni '70 scrive "Arcipelago Gulag", un’ opera colossale che aveva potuto portare a termine in 11 anni di lavoro grazie all'aiuto di compagni di prigionia e amici, e che ha causato la sua espulsione dall'URSS. Raccoglieva infatti dati, racconti e documenti mai così dettagliati fino a quel momento sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana, squarciando il velo di omertà e connivenza con cui l’intellighenzia occidentale velava il paradiso sovietico.

Il dissenso russo divise il campo della cultura, perché a fronte dell’innegabilmente alta qualità della scrittura, c’era lo scandalo di un contenuto dirompente.

Solzenicyn, fino al 1991 coccolato dagli intellettuali occidentali, è stato dopo il crollo dell'URSS quasi dimenticato in Occidente, e per una serie di motivi che mettono in luce l'ipocrisia degli intellettuali "demo-progressisti" nostrani.

Nel mondo del dopo-Guerra Fredda infatti non è più "politicamente corretto" il suo patriottismo russo, ortodosso, ottocentesco, il suo rifiuto tolstojano del progresso e del lifestyle occidentale: una Weltanschauung prettamente slava, ben lontana dai pagliacceschi eccessi di uno Zhirinovsky; lo prova la sua mai sopita critica ad un Occidente materialista e inaridito dalla tecnologia conosciuto durante i lunghi anni di esilio. Significativo anche il suo riferimento, nell'opera "Duecento anni insieme" (dedicata ai rapporti fra russi ed ebrei), alla massiccia partecipazione ebraica alla rivoluzione del 1917 e all'organizzazione del terrore degli anni '20 e '30.

Un grande scrittore, la cui prosa potente e fluviale e l’impianto grandioso (pensiamo a "Il primo cerchio" ) ricorda molto quella di Tolstoj, ma anche un grande e scomodo personaggio: come ho detto, fu osannato, ma al contempo avversato dagli stessi che gli hanno riconosciuto l'importante ruolo di contrapposizione intellettuale ad un regime che non ammetteva nemmeno biasimi o perplessità. Solzencyn faceva tutto questo per sincerità e schiettezza, per genuinità e profondo senso morale; non seguiva ad esempio alchimie politiche, alleanze e schieramenti e tatticismi tipici del politically correct. Una vita difficile, la sua, segnata da una tragica solitudine, come se per lui la prigionia non finisse mai, e l’esilio fosse una condanna esistenziale; Solzenicyn, nel grande gioco della politica globale, era in una sorta di continuo "fuori gioco" perché non accettava gli schemi dati da un pensiero totalizzante che in tutto il mondo pretende di dettare le leggi dello sviluppo economico e le vicende della politica. Fuori gioco, ricordiamolo, era stato quando si è schierato contro l'intervento Nato in Serbia, sbalordendo tutti perché si sentiva e si dichiarava patriota slavo. . . .Non a caso oggi riprendono le manipolazioni, necessarie affinché la celebrazione della morte non diventi ulteriore momento chiarificatore delle problematiche da lui sollevate.

Così, come in un repertorio già visto e sentito, si parla di nuovo dell'anti-stalinismo, parola magica che fa ricadere le problematiche del sistema sovietico ad un breve periodo ed ad un solo personaggio.

I gulag – è ora di riconoscerlo-non sono stati una disfunzione dello stalinismo, ma sono stati lo strumento di governo della Russia comunista dalla rivoluzione in poi per tutto, dico tutto, l'arco di tempo del comunismo sovietico, e forse, con forme simili ereditate da esso, anche negli anni successivi sino ad oggi, quando si parla di Russia Zarista.

Problematiche che affrontò solo Solzenicyn -nella letteratura e nelle sue prese di posizione pubbliche- e che, in pratica, a lui solo sono rimaste:un dramma culturale non da poco, che la dice lunga sul futuro sviluppo del pensiero libero.

Quanti amici poteva incontrare in Occidente l’autore di "Duecento anni insieme"?. Sappiamo bene che chi critica gli ebrei "da destra" passa per uno in odore di nazismo, mentre la critica agli ebrei, anche pesante, è consentita solo a chi li critica "da sinistra" ( fino a paragonarli ai nazisti per il loro comportamento nei confronti dei palestinesi). Ma ditemi voi se chi scrive un libro con accuse pesantissime di connivenza agli ebrei sovietici, come ha fatto Solzenicyn, che cosa rischia.

Alexander Solzenicyn , di fatto, ha scontato un altro gulag, quello senza recinti ed aguzzini torturatori, quel "gulag" astuto e perverso della manipolazione latente che fa di ogni cosa del mondo, così detto libero, un prodotto del pensiero unico.

Una problematica anch'essa, ovviamente, manipolata, al punto che ormai non si capisce più bene chi è il responsabile e chi la vittima di tale "epidramma".

Un dibattito mancato, al punto che oggi, dopo tanti accadimenti e dopo tanta attenzione data alla Russia, non capiamo la continuità di certi "atteggiamenti" che infatti non sono cambiati: lo zar Putin muove le truppe contro i ribelli georgiani con una determinazione figlia di quella politica estrema che poteva concepire i gulag a sostegno di uno stato.

Allarmiamoci ma rendiamoci conto, allo stesso momento, che tali avvenimenti sono la conseguenza di una politica internezionale che soprassiede su molto (e non parliamo di quella nostrana che soprassiede addirittura su troppo) sino a snaturarsi del tutto.

Riflessioni che ci mancano e che ci mancheranno, come se fossimo in presenza di intellettuali facenti parte di una "cupola" che fa, dei drammi che sono accaduti e che accadranno, il teatrino delle loro invettive.

Con tutto ciò, Solzenicyn resta uno scrittore da leggere e rileggere, perché ha ancora tanto da dire e perché il suo messaggio ci è stato nascosto da un’intellighenzia volpona, carrierista e sagace di poltrone e cattedre culturali, capace, pur di conservare l’egemonia, di appropriarsi tutte le cause e tutti i valori, dall’etica, alla religione, al liberalismo, all’ambientalismo, fino all’ipocrisia finale della "Repubblica", che ha affidato la commemorazione a... voi pensereste Vittorio Strada? Armando Torno? Pietro Citati?Claudio Magris? No, Adriano Sofri. (Come se alla morte di Metternich, l’elogio funebre fosse stato affidato a Giuseppe Mazzini...)

E bisogna dire che Sofri se l’è cavata bene, forse solo Enzo Biagi, se fosse stato ancora vivo, sarebbe riuscito ad essere più commovente, peccato solo che Sofri abbia parlato come se la lotta armata da lui fomentata in un’Italia che aveva il Partito comunista più numeroso d’Europa non avesse avuto lo scopo di importare da noi il sistema sovietico. Evidentemente i brigatisti combattevano per darci la libertà...

Così svuotato e ridotto al nulla storico, nonostante il peso ingombrante (di storia e memoria) che per forza di cose paradossalmente rappresenta, e dopo il tantissimo che si è scritto e detto su di lui, più fredda della neve sul gulag siberiano scende su Solzenicyn la lode ipocrita e la rapida dimenticanza. E corriamo il rischio che, come quel personaggio di Manzoni che cincischiava su Carneade, qualcuno, magari alla prossima maturità liceale, dica di Alexandr Solzenicyn: "Chi era costui?"

Il miglior commento di uno scrittore restano sempre le sue stesse parole, perciò voglio concludere con gli ultimi capoversi della "Giornata di Ivan Denisovic", il capolavoro che lo rivelò al mondo, dove, pur senza nominare Dio, dimostra il suo stoicismo cristiano:

Mentre stava pigliando sonno, Šuchov si sentiva del tutto soddisfatto. La giornata era stata parecchio fortunata: non l’avevano messo in cella di punizione, la squadra non era stata mandata a lavorare al "villaggio socialista", aveva tubato una scodella di cascia d’avena a pranzo, il caposquadra aveva "chiuso la percentuale" bene, il lavoro di muratura era stato per lui un piacere, non gli avevano trovato addosso il pezzo di sega, aveva guadagnato qualcosa da Tsezar, la sera, e aveva comperato del tabacco. E non si era ammalato, aveva resistito.

Era trascorsa una giornata non offuscata quasi da nulla, una giornata quasi felice.

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella,

Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

Giovanni Lauricella

 

Bibliografia

 

Un giorno nella vita di Ivan Denisovič (1963)

La casa di Matrjona

Padiglione cancro (1967)

Il primo cerchio (1969)

Reparto C (1969)

Una candela al vento (1970)

Agosto 1914 (1971)

Lettera al patriarca di tutta la Russia

Arcipelago Gulag (1973-1978)

Lettera ai leaders sovietici (1974)

Vivere senza menzogna (1974)

La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria (1975)

Discorsi americani (1976)

Lenin a Zurigo (1976)

Tutto il teatro (1976)

Ricostruire l'uomo : scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente

Novembre 1916 (1984)

Marzo 1917 (1986)

Aprile 1917

Tre storie (1986)

Come ricostruire la nostra Russia? (1990)

La questione russa alla fine del secolo 20° (1995)

Ego (1995)

Il mestiere dello scrittore: "Tra autoritarismo e sfruttamento"

Duecento anni insieme, vol. 1 "Ebrei e russi prima della rivoluzione" (2003)

Miniature (2006)

Duecento anni insieme, vol. 2 "Ebrei e russi durante il periodo sovietico"

 

G. L.


 

(2007)
postato da: metaculture alle ore 08:10 | Permalink | commenti
categoria:arte, leggere, , cultura povera metacultura
venerdì, 01 agosto 2008

Sappiamo tutti dell'Arte Povera come fenomeno di arte visuale, vorrei che si parlasse del suo comparativo nella cultura.....

 La scossa di Ernesto

Ernesto Galli Della Loggia ha fatto sul Corriere della Sera di martedì 22 luglio un’ ottima analisi della situazione culturale italiana, ed in particolare all'atteggiamento culturale, goffo e inconcludente, della destra che sta al governo.

Cose tanto giuste quanto ovvie, e persino irritanti rispetto all’intelligenza critica di cui Ernesto Galli della Loggia solitamente dà prova nello sbugiardare i luoghi comuni dell’intellighenzia sinistrese: infatti lo scenario da lui evocato è quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Comunque è cosa meritevole che qualcuno lo dica (e lo scriva sul Corriere) perché purtroppo anche una garbata protesta richiede coraggio e sufficiente cautela insieme, argomento questo che tratterò meglio in seguito.

Prima di tutto ci vorrebbe una maggioranza coesa e culturalmente agguerrita, mentre invece abbiamo tre visioni differenti che confliggono appena c'è una rivendicazione da fare oppure una strategia da approntare contro l’opposizione. Non è solo un problema di governance, come si usa dire, ma anche di difficoltà a capire quello che il governo dice, perché, così come stanno le cose, del suo programma non si capisce più niente.

Poi ci dovrebbe essere un opposizione meno isterica, che non strilli alla minima iniziativa che fa il governo, atteggiamento che sfinisce chiunque si aspetti qualcosa dalla politica.

Poi, come dice l'Ernesto, la "scossa".

Ma chi dovrebbe dare la scossa? Sgarbi? La Gelmini? Il ministro dei Beni Culturali, Bondi?

(Il quale infatti gli ha dato la replica sul Corriere di oggi, con un eloquio forbito e pieno di buone intenzioni, dimostrando che tutto va per il meglio. La Bellezza, il Passato e la Memoria sono in buone mani).

Datemi qualche altro nome che non me ne viene in mente nessuno.....

Veneziani, Buttafuoco, Ferrara? Dove abitano?

Quali sono i personaggi carismatici della destra capaci di investire il Paese di un nuovo imprinting culturale?

Purtroppo la vera cultura sociale che abbiamo è un atteggiamento da guerra partigiana: quando qualcuno si muove gli si spara alle spalle. Meglio se fatto in incognito facendosi scudo di ignari cittadini. Con tutto il rispetto per la resistenza che aveva ben altri fini e valori, quello che ne abbiamo perpetuato è il comportamento più insidioso e pericoloso, come ben sanno tutte le vittime, coloro che dagli anni Settanta in poi,sono stati delegittimati culturalmente e ghettizzati professionalmente in quanto "non allineati".

Un tipo di vigliaccheria che esiste anche all'interno di chi la fomenta. L' ha assaggiata bene Ochetto, poi Dalema e adesso, non sarà l'ultimo, Fassino, anche se, in questo caso, si parla di tattiche politiche.

L'Italiano si è trasformato sul serio nel personaggio che Alberto Sordi pittorescamente impersonava, il cinico vigliacco dalle lacrime facili che ci faceva fare le risate amare.

Che cosa fare di tale vigliaccheria? Liberarsene sarebbe già una rivoluzione culturale. Un popolo che si rispetti si assume le responsabilità di quello che effettivamente fa. Il problema è il vizio nazionale di accollare ad "altri" le proprie responsabilità. In un paese dove il sindacato è inattaccabile ditemi chi ha mai fatto mai qualcosa di storto e pertanto di punibile. Altro che immunità parlamentare, noi abbiamo avuto l’immunità di una mala gestione e del danno collettivo celato da libertà sindacali specie ad opera di intere generazioni di funzionari, e non, inquanto classi di lavoratori!

Abbiamo purtroppo ancora una visione ideologica talmente malefica che scarichiamo ogni responsabilità di quello che non ci piace su: fascisti, borghesi e padroni, maschilisti e omofobi, cattolici e antiabortisti, un atteggiamento che alla fine fa comodo a tutti, e specie ai veri colpevoli che, coperti da tale cortina fumogena che ci da l'imbecillità necessaria, la fanno franca da decenni e non a caso siedono nei centri di potere. Ne hanno dato esempio il recente governo e altrettanto si appresta a fare quello nuovo, senza distinzione di sorta.

Caro Ernesto, le cifre dell'incremento recente di nuove università e numero di professori, il prolificare di pubblicazioni culturali ad opera di ambigue figure di spettacolo mediatico basterebbero come risposta a quello che hai scritto. Prova a scalfire questo fenomeno.

Finissima e condivisibile la tua analisi, ma qual’è la cura? Da come si evince non ce lo vuol dire o più realisticamente non lo sa. Ma forse allude a chi brama di darci una risposta.

Una scossa è già pronta da parecchio e questo non ce lo dice. Senza ripristinare le regole (a cominciare dalla buona educazione), la meritocrazia e il rigore (a cominciare dalla scuola) senza una cultura vincente e inclusiva, dove andiamo con i nostri programmi di integrazione?

Il fatto interessante è che da questa posizione di estrema debolezza mediamo già a nostro sfavore con una cultura arretratissima ma battagliera come quella islamica ormai diventata "nostra" in quanto non solo radicata nel nostro territorio ma che sarà ancora più maggioritaria dell'atteggiamento che adesso assume nel volgere di pochi anni. Allora dovremo democraticamente rispettare questa maggioranza di cittadini italiani per l’anagrafe che ci farà riscrivere le nostre leggi e i nostri costumi, una rivoluzione culturale da loro da sempre agognata e che noi, impegnati a darci la zappa sui piedi, seguiremo supinamente. Di scosse se ne prevedono tante e ben consistenti e ti voglio vedere chi si arrischierà a dire qualcosa all'imam. I girotondisti si guarderanno bene di avvicinarsi attorno ad una moschea e di baldanzosi "vaffa" non se ne sentiranno se non sussurrati, mentre i margini di furbizia dei vari "Albertoni" nazionali saranno inefficaci quanto rischiosissimi. E ci sarà chi per razionalizzare questo melting pot perverso (proprio il contrario di quello statunitense) ricomprenderà e ridimensionerà la tradizione italiana sotto l’etichetta di comodo della cultura "mediterranea". E' una carenza di una risposta culturale che si avvertiva già da prima di quell'11 settembre e ci si aspettava che da sotto le macerie delle torri gemelle sorgesse quello che ci mancava. Per chiarezza non parlo di quello che ci serve per una contrapposizione che spero non interessi a nessuno, intendo il necessario per definire meglio quello che culturalmente siamo e ci riguarda per un sapere civile e responsabile. Il problema è che manco siamo rimasti a come eravamo, adesso stiamo pure peggio.

Come diceva Oscar Wilde (lui sì, politicamente scorretto!): "La fortuna di chiamarsi Ernesto!"

Giovanni Lauricella

postato da: metaculture alle ore 08:53 | Permalink | commenti (1)
categoria:cultura povera metacultura