Picasso 1917 – 1937 . L’Arlecchino dell’arte".
Roma, Complesso del Vittoriano
dall’11 ottobre 2008 all’8 febbraio 2009.
Catalogo "Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte". a cura di Yves-Alain Bois.
Premessa.
Ci sono nomi che fanno la fortuna di chi li porta perché ce l'hanno in sé, nell’etimologia o nelle parole in cui si possono scomporre, come quello di Picasso, che suona intrigante, e pare così composto: Pic[colo] asso (o più propriamente, dallo spagnolo ‘picar’, che significa ‘pungere’, asso che punge o pungolo che fa fracasso)
Per una storia delle deriva culturale del ‘900
Pablo
Un fatto strano, degno di restare negli annali della critica moderna dell'arte, ma un caso ancora più strano se si pensa che Picasso rappresenta l'artista che, forse più di ogni altro, traghettò l'arte alla modernità e a una dimensione estetica che fa parte della Weltanschauung in cui noi tutti oggi viviamo: è ormai acquisito che l’opera d’arte non deve consolare, dilettare, istruire - come per secoli si è creduto secondo il pensiero classico- illuministico e idealistico- ma deve sconvolgere gli schemi, rivelare i disastri mentali, urtare il senso comune del bello, propagandare messaggi forti come un pugno nello stomaco, e soprattutto costare molto, troppo, anche per le tasche dei grandi borghesi, che comunque ne fanno incetta. Tutto ciò non esisteva prima di Picasso, spagnolo e comunista.
Un processo tutto ideologico sta alla costruzione di questo colosso dell’arte contemporanea, un personaggio che prima di tutto era carismatico. Basso di statura come Napoleone, napoleonico fu nella vita e nel percorso creativo: mentre, nelle sue "battaglie" devastò uno stuolo di donne incalcolabile, bidonandole con il suo successo professionale, distrusse meglio di ogni altro artista l'arte tradizionale, piegando a sé critici e galleristi. Sono molti gli episodi diventati celebri che testimoniano il suo atteggiamento sprezzante e altezzoso, che gli permise di ottenere successi allora impensabili nel mondo dell’arte, che è fatto, si sa, anche di rapporti e sottili calcoli economici e mercantili.
Primo fra tutti i suoi meriti, era il fatto che sapeva vendere bene le sue opere, ad un prezzo sempre più alto, che non si capiva bene se fosse una quotazione artistica autoattribuita o una specie di bluff, una provocazione voluta. Celeberrime rimarranno le anticamere che inflisse ai più prestigiosi collezionisti al mondo… E più provocava, più dileggiava, più alzava i prezzi, più vendeva e più era pittoresco, il giustamente comunista Picasso, le cui opere divennero il logo più amato dai movimenti pacifisti e terzomondismi. (Ricordate la colomba, simile nel disegno al noto dolce pasquale?)
Ma questo stile di autopromozione, benché di per sé rivoluzionario, ci spiega ben poco di quello che era il vero fenomeno Picasso: il fattore decisivo, tanto più importante quanto sottaciuto, è che si faceva forte della compagine culturale comunista, che specie nel secondo dopoguerra sparigliava le carte della cultura tradizionale di tutto il mondo occidentale stremato dalla guerra. Chi, come lui, ne assumeva il ruolo guida, incassava tutti i profitti che desiderava, sia in termini di prestigio che di danaro.
Ma non fu solo tenacia da parte di Picasso. Il fatto vero e più grave è che attraverso l'arte passava una esplicita corruzione da parte dell'alta finanza a beneficio del partito comunista internazionale, non a caso da un lato, quello ideologico, fautore imperterrito del "fronte del no" al capitalismo borghese e ben ricettivo dall'altro, quello dei soldini; ben coperto inoltre da influenti critici e storici d'arte in auge, incuranti di essere in evidente conflitto di interesse perché membri del medesimo partito. Una sorta di tattica ideologico-mafiosa da ascriversi alla guerra fredda, di cui si è cominciato a capire qualcosa quando vennero aperti gli archivi della CIA e, con sorpresa, si trovò scritto il nome di Andy Warhol fra i possibili assegnatari di cospicui finanziamenti. Invero fu un fenomeno di portata molto più ampia che tutti gli storici e critici d'arte ben sanno che non è proprio solo ed esclusivamente della Pop Art e dell'impero culturale USA; è un fenomeno di gran lunga più ideologico, manipolatorio e mendace di quell’altra ideologia apparentemente opposta, imperialistica, borghese o vaticana che ci impone un approfondito revisionismo storico per non far sembrare manipolatori e fuorvianti gli stessi nomi dati all'arte: astratta, pop, povera, concettuale, lands, trans, nomade ecc.
Picasso fu tutto questo, un toreador dello stile, un picaro della scalata mondana, uno skipper dell'arte che scelse di fare grandi traversate non perché rischiasse qualcosa, come fanno capire gran parte delle storiografie che lo mitizzano ad eroe, ma perché sapeva di avere il vento in poppa, e di essere al sicuro con le spalle ben coperte. Ricordiamoci, ad esempio, che nemmeno si arruolò né con i repubblicani spagnoli né dopo con i partigiani francesi, cosa molto originale rispetto ai comunisti di quei tempi che si sacrificarono, spesso dando la vita, impugnando le armi nei vari fronti di lotta.
"L'eroe di Guernica" (alludo al famoso quadro che denunciava una brutale rappresaglia nazista, un bombardamento aereo sui civili) si guardò bene dal fare un’ opera d'arte per l’occupazione sovietica dell' Ungheria del 1956 o di Praga del 1968. Eppure questi fatti storici scuoterono la coscienza civile di molti iscritti del partito in tutta Europa, che strapparono la tessera, e gettarono le basi di una nuova sinistra, meno legata al Kremlino, ma europea e liberal.
Ma Il miliardario Picasso, che ormai viveva in vari castelli francesi, non si impegnò e, precorrendo i comunisti ortodossi diventati filo arabi, non si scomodò nemmeno per l'olocausto con opere degne di memoria, sebbene la mole della sua produzione sia tale che ha dell'incredibile e forse qualcuna ci sfugge al momento.
Una perestroika ed una glasnost, simili a quelle realizzatesi con successo in politica, dovrebbero essere affrontate anche per l'arte, non per demolire o demonizzare chicchessia, cosa che non serve a nessuno, ma solo per avere una corretta visione storica e per dare un più equilibrato livello interpretativo ai fenomeni culturali di questo fine secolo che è alle nostre spalle e per ristabilire le verità necessarie su cui edificare l’arte del futuro.
Di questo "picador" dell'arte, l'ardua sentenza della manzoniana domanda napoleonica diventa ancora più difficile per le complicazioni da dirimere, l'impelagante domanda diventa < Fu tutta arte? Fu solo cultura?> Urge da tanto tempo la giusta risposta su Picasso e sui suoi esegeti e seguaci, perché viviamo un clima di approssimazione culturale che ormai da lungo tempo ci lascia perplessi sul futuro. Ne vale ad esempio la subalternità pagata agli artisti americani alimentata dagli "USAfobici" nostrani, che tifano per gli integralisti islamici e poi gestiscono l'esclusiva culturale dell'import Made in USA in Italia, seppur celato dal fatto che sono i paladini contro la destra repubblicana.. Un bene per tutti noi, ma soprattutto per quei cosiddetti intellettuali, che nel nostro bel paese fanno sempre più fatica a posizionarsi rispetto agli accadimenti, teste pensanti che subiscono gli eventi volta per volta, non ultimo i risvolti culturali della crisi economica che stiamo tutti attraversando e che è piena di messaggi gravi per tutti meno che per loro, che invece si presentano abitualmente ai dibattiti con la spocchia di essere più lungimiranti di tutti gli altri. Stando al loro assordante silenzio, si direbbe che ancora la crisi debba cominciare, ma è certo che, quando si esprimeranno in merito, diranno che "loro lo dicevano da un bel pezzo".
E come al solito tutti i media e gli apparati culturali daranno loro ragione.
Una mostra acritica come questa rischia di essere anacronistica per il fardello di problematiche culturali che non solleva, e quindi non risolve; anzi, possiamo dire che l’intera operazione si lascia schiacciare con disinvoltura da un simile peso, mentre noi, che dovremmo esserne i beneficiari, restiamo appiattiti in questa maleodorante poltiglia sottoculturale.
Come atteggiamento mentale, oltre tutto, quello dei promotori e operatori è poco consono alle esigenze attuali, perché l’allestimento e l'organizzazione come sempre è dovuto a un finanziamento pubblico, spesso celato sotto l'elusione fiscale delle sponsorizzazioni, che oggi ha grosse difficoltà a soddisfare molti settori -vitali per la sopravvivenza di questo paese- e che invece viene investito con troppa generosità in manifestazioni che poco aggiungono a quanto prodotto dalla carente e decadente fase culturale che attraversiamo.
Conclusione
(che spiega la premessa): non sempre un Picasso (Pic[colo] asso ) nella manica risulta decisivo per vincere la partita…
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